Un trattamento piccolo piccolo PDF Stampa E-mail
Scritto da Vittorio Lannutti   
Venerdì 18 Giugno 2010 16:14

 Un Trattamento piccolo, piccolo

 

Un giovane operaio, cui piace divertirsi e ‘spendere un pò troppo’, decide di fare una vacanza, come tanti e poi di realizzare un sogno: purtroppo lo scontro con la realtà ed il pregiudizio lo conduce in ospedale, contro la sua volontà. Lì, in quel luogo improbabile, un altro sogno tinge di sottile malinconia i suoi ricordi.

 

Giuseppe

 

In un caldo pomeriggio di agosto, tornato dal mio turno mattutino di operaio della Borg e Bech, azienda multinazionale produttrice di pezzi per motori di tutti i tipi di veicoli, solenne, annunciai a mia madre: “Voglio fare un viaggio, perché siamo in periodo di ferie”! Lei era preoccupata perché mi erano rimasti pochi soldi, ma a me, i soldi che guadagnavo, piaceva spenderli per divertirmi.

Sono giovane, anche adesso!

A quel tempo andavo in discoteca con gli amici, come tanti e, a volte, anche da solo. Frequentavo i pub, dove i prezzi sono il doppio che nei bar, cenavo con gli amici nelle pizzerie e nei ristoranti. Andavo anche qualche volta, solitario, a mangiare nel ristorante vicino casa mia.. e poi c’erano i night della zona: non disdegnavo neppure quelli, con gli spettacoli, i drinks compresi nel biglietto di ingresso e le ragazze, carine, con cui era possibile chiacchierare consumando  le costose bevande servite da vigili camerieri, ogni 20-30 minuti.

Infine avevo le spese per la macchina: al giorno d’oggi, come tutti sanno, costa caro mantenere una macchina per andarci in giro, anche se la mia era poco più di un’utilitaria.

La morale di tutto questo discorso era che lo stipendio di 750 euro circa mi partiva quasi tutto. Mi rimaneva qualcosa, diciamo circa 100 euro al mese o poco più, per cui un bel giorno decisi di impiegare questo residuo delle mie notti  e partire, fare un viaggio. Me ne filai a Milano, al Parco Sempione, a bordo di un bellissimo Eurostar, naturalmente in occasione dell’esibizione della Pattuglia Acrobatica Aerea delle Frecce Tricolori. Fu uno spettacolo esaltante con  il pubblico che applaudiva, con eccitazione, nei momenti più coinvolgenti. Ebbi modo di vedere anche un battaglione di carabinieri in servizio pubblico: quanto avrei voluto essere alla guida di una delle frecce o ,almeno, poter marciare per le strade di Milano!. Comunque ero contento, mi sentivo realizzato nel vedere i piloti sfrecciare nel cielo azzurro mentre disegnavano nel cielo le loro impossibili traiettorie.

In quei momenti, per qualche istante, ero lassù con loro.

Finito lo spettacolo presi il taxi e tornai alla stazione, dove mi fermai in un albergo per dormire la notte, essendo un po’ stanco dopo una giornata calda ed eccitante. La mattina successiva tornai a casa.

Mia madre mi attendeva preoccupata e ansiosa, ma senza motivo, perché non era successo niente. La gente, in periodo di ferie, sta fuori due tre settimane in località turistiche in cui si spendono fior di milioni; io, invece, ero stato fuori due giorni, con la modica spesa di circa 100 euro.

Il giorno dopo sono andato all’aero club di Falconara per chiedere di poter fare un giro su un “piper”…e, dopo neanche mezz’ora dalla richiesta, decollavo. Il pilota  mi diede l’incarico di fare lo “specialista” del volo. in pratica di aiutarlo a pilotare con i doppi comandi. Mi costò 25 euro e mi fu concesso anche di fare una passeggiata con un ‘buon’ sorriso sulle labbra, tra una quindicina d’aerei sportivi allineati frontalmente in doppia fila, con la maglietta dell’Air Force, con un paio di occhialetti neri e berretto da “top gun” americano!

Molto probabilmente  fui anche ripreso da un videoamatore che, dopo aver filmato alcuni momenti della gara tra piloti sportivi avvenuta la mattina, si immaginò che io fossi l’unico, vero  “top gun” dell’aero club che meritava di essere inquadrato.

Dopo un paio di giorni, mia madre era sempre più preoccupata mentre  mio padre, come sempre, ancora non prestava alcuna attenzione a quello che facevo. Infatti,  fino al 1997 non si è mai “impicciato” dei problemi tra me e mia madre. Mi dava qualche soldo, come sempre e quella volta io gli volevo più bene che a mia madre che mi aveva proprio stufato: pallosa, premurosa, possessiva, ansiosa, (molto ansiosa).

 

Un pomeriggio verso le due e mezzo arrivano due infermieri spalleggiati da due carabinieri rimasti in auto ad aspettare. I medici, non ne sono sicuro, ma mi sembra che neppure ci fossero e comunque io non li vidi, né ci parlai.

Io ero calmo e tranquillo: volevo andare al Centro d’Igiene Sociale, dove spesso ero stato e dove avrei potuto parlare e spiegare che ero in possesso di tutte le mie facoltà psichiche. Ma, purtroppo, i due infermieri non mi ascoltarono e mi portarono direttamente all’ospedale Murri, senza ordinanze, né proposta e convalida dello specialista psichiatra, contro la mia volontà.

Si trattava, in pratica, di un TSO piccolo. piccolo.

Mentre salivo sulla macchina con gli infermieri, continuavo a insistere: “Portatemi al CSs”. Ma l’unica risposta che ricevetti fu quella di  un carabiniere di Castelplanio che fece dell’ironia a buon mercato chiedendo, retoricamente, se il CIS di cui parlavo fosse quello di “viaggiare informati”.

E’ stata mia madre la mente  che si nascondeva dietro tutti i TSO che dovetti subire, perché era lei a chiamare gli psichiatri e a metterli in allarme con tutte stupidaggini!

Era  lei che avrebbero dovuto curare (…un po’ anche mio padre), non io! Hanno sbagliato tutto!

In ospedale, il maresciallo ha conversato per più di un quarto d’ora con la psichiatra che poi mi chiamò dentro la guardiola. “Si svesta!” mi ordinò.

Io non l’avevo mai vista prima d’allora, poi ebbi modo di conoscerla a fondo e me ne innamorai pure un po’, perché aveva gli occhi azzurri, anche se probabilmente portava  lenti a contatto colorate. Era ambigua e molto furba: all’inizio del ricovero dolce e affettuosa e poi indifferente. Dopo circa tre settimane, concluso il ricovero, cominciai ad avere con lei dei lunghi colloqui al CIS. Si vestiva elegantemente… e si creò tra me e lei una certa “relazione”. Ci capivamo al volo. Lei mi parlava di come imparare a spiccare il volo come fa il falco. “Ma,  va! -  le dissi, incredulo - le ali non ce l’ho!

In quello che sarebbe stato il nostro ultimo colloquio mi propose di diventare pilota. Ma, io obiettai che avrei dovuto essere in possesso di almeno il grado di tenente.

Lei tacque. Ci furono un paio di minuti di silenzio. Me ne andai con le lacrime agli occhi. Piansi.

L’ultima volta che la vidi faceva rifornimento al distributore Agip, anche lei mi vide, sembrava piangere, …benzina sul fuoco dei miei ricordi!