Discussione: Pregiudizio PDF Stampa E-mail
M.

Scrivo questo appunto per fermare un’idea che mi ha improvvisamente illuminato.

Innanzitutto allego una lettera che scrissi per animare il Caffè letterario del progetto Sollievo di Ancona. In quell’occasione parlammo di pregiudizio, per i ragazzi non era un argomento che sentivano sulla pelle come il problema numero uno. Avevo preparato questo scritto come stimolo per una discussione a 360 gradi sull’argomento, penso che sia utile proporlo per aiutarci a capire la natura dell’argomento che stiamo cercando di trattare.

Discussione:
Pregiudizio

Che cos’è un pregiudizio e che cosa sono i pregiudizi? Sono forse come degli abiti che ci sentiamo appiccicati addosso? Di cui vorremmo liberarci? E nudi senza più protezione alcuna dagli sguardi indiscreti di tutti gli altri bei signori ben vestiti che faremmo? Ci piacerebbe essere guardati? nostri difetti e della nostra nudità. Sono forse i pregiudizi gli abiti scelti da noi e dalla nostra vita per noi con cui ci copriamo e ci teniamo nascosti in attesa di quella fiducia che ci permette di svestirci davanti a un altro per darci senza catene all’amore? È possibile essere senza pregiudizi? È possibile essere senza pregiudizi nel nostro mondo? È possibile vivere nella società senza pregiudizi? O per quanto siano stretti, siano consunti siano sporchi questi abiti sono qualcosa che ci copre di fronte agli altri e con i quali ci sentiamo protetti? Che cos’è che rende la bellezza più totale fra due amanti se non abbandonare il proprio abito e donarsi? Se il pregiudizio fosse un abito è poi tanto importante che un abito sia più bello di un altro? Sono utili i pregiudizi? Ci sono pregiudizi spregevoli? Se il pregiudizio fosse come la maglietta che mi copre le spalle potrei dire di aver sbagliato se dicessi che oggi mi sono vestito male? Che cos’è che fa male di un pregiudizio? Un abito ha un anima, forse, o forse no, ma un abito non è uno straccio, mi chiedo perché tanta gente ha un rispetto sovrano per il proprio vestito, e perché siano sempre i più belli i vestiti del matrimonio, cosa c’è di bello nel denudare una persona di ogni copertura di ogni dolore forse per renderla pronta all’amore, nuda lì senza più abiti a godere di colui che ama?
Che siano così intensamente legati come dico io pregiudizi e amore?
8 maggio 2004




Credo che una delle impostazioni perdenti che sia possibile adottare per proporsi di migliorare il discorso del pregiudizio sulla malattia mentale, sia credere di poterlo eliminare, agendo sulle persone che non conoscono l’argomento. La convinzione falsa che possiamo farci, che cozza contro la realtà, è credere che il pregiudizio sia una cosa sbagliata e condannabile, oppure ancora di più deteriore. C’è un confine sottilissimo che può trasformare il pregiudizio su un malato in una cosa deteriore, è l’attribuire, il confondere l’argomento con una sorta di misurazione in senso verticale, di superiorità o di inferiorità, il proprio valore con quello del malato. Sostanzialmente la cosa è tutta qua, almeno secondo me.
Il discorso si riduce quindi nel ricondurre chi si accosta al problema della malattia mentale, in un criterio di valutazione che sia anche di conoscenza della realtà del problema. Valutazione e conoscenza sono i giusti criteri per avvicinarsi, che prescindono da qualsiasi forma di giudizio morale che sia possibile adottare per accostarsi al problema.
Esiste un pericolo reale nel misurare la realtà di una persona malata di mente? Si può rimanerne coinvolti fino ad esserne influenzati o istigati a compiere azioni cattive o deteriori quando ci si accosta ad un malato?
Questo interrogativo ha una risposta che dipende direttamente dallo stato interiore di chi è il soggetto. Qualche volta per proteggersi da un coinvolgimento che produce solo confusione esiste l’abito del pregiudizio, che è nel senso normale, una forma di prudenza che si adotta per affrontare un argomento che non si conosce.
In pratica sto dicendo che il pregiudizio non è possibile eliminarlo, ma che si possa soltanto dar esso un carattere di apertura e disponibilità umana ad accostarsi, avvicinarsi senza avere paura. L’impostazione perdente sarebbe non voler riconoscere la necessità di una forma pregiudiziale. Questa è comunque soltanto una mia teoria, che vivo più a un livello intuitivo che altro.

L’abito da matto serve a qualcosa; serve perché può esistere una situazione contingente in cui quell’abito è una salvaguardia alla propria integrità. Questo può sembrare strano ma è così.

Per trattare l’argomento del pregiudizio in maniera vincente ci possiamo servire dell’esperienza degli altri; la prima cosa che si nota è che esso, in qualsiasi società si guardi, è sempre esistito, o meglio si è sempre creato come se facesse parte di una legge non scritta, naturale.

La prima cosa che si deve affrontare è questa: il pregiudizio può essere l’abito, e dismetterlo vuol dire avere prima un vestito migliore con cui presentarsi alla società.

Come dice una persona che conosco, ci sono alcuni pazienti che tendono a mettere in chiaro la propria posizione “civile”; loro, lui dice, vogliono la “patente da matto”, come se una persona volesse una posizione sociale che riconosca che è inferiore, o degradato, o “temporaneamente impedito” da qualcosa che non può affrontare o cambiare.

Il pregiudizio è un qualcosa che va affrontato in primis dal paziente, e solo lui può percorrere la strada che lo porta a una emancipazione sociale, a una dignità che, per quanto può aver compiuto azioni che altri considerano male, non ha perduto; la dignità dei pazienti è lì, integra e pulita come il più bello degli abiti con cui andare alla riconquista di se stessi.

Con queste considerazioni è sconfortante vedere quanto poco ci sia in realtà da fare, ma se fosse diverso avremmo la chiave di volta con cui risolvere la malattia mentale. Nostro dovere è interrogarci per sapere che cosa sia il pregiudizio, non il nostro personale, ma che cosa sia esso come ente che entri a far parte dei nostri pensieri.

In realtà credo che ci sia moltissimo da poter fare per il miglioramento della condizione sociale dei malati se solo si riesca a trovare l’approccio giusto per l’argomento.