Funziono-lesi e impazienti PDF Stampa E-mail
Funziono-lesi e impazienti
Piccola nota culturale sul mondo dell'handicap e della psichiatria

M.

04_riccardo_w_tbMi nasce l'esigenza di portare il mio contributo ideativo a due mondi che ho conosciuto, uno dei quali mi riguarda molto da vicino. Nel mondo del sociale è diffusa una sensibilità particolare riguardo la discriminazione,  che sono coinvolte nell'handicap o nella psichiatria. È una questione culturale che riveste un'importanza fondamentale nella società di un mondo come quello di oggi, dove la disponibilità all'integrazione non manca in moltissimi casi di persone di ogni ceto. C'è stata un'evoluzione lunghissima nei significati di ogni nome che si è adottato nel tempo per definire, categorizzare, indicare le persone con handicap. Al tempo attuale l'ultima tendenza propone diversamente abile e nel corso del tempo si è sperimentata l'insufficienza dei nomi ogni volta chiamati a rappresentare le persone da definire senza dimenticare che sono persone come gli altri. Io, nel mio piccolo, ho trovato due nomi-invenzioni che credo siano adatte qualora poi le si usi senza pennelli e colori, per indicare sia il mondo dell'handicap (le persone), sia il mondo della psichiatria. Per l'handicap propongo la parola: funzioleso. Questa parola sta a rappresentare la lesione non del corpo fisico, che in qualche modo ricollegherebbe il pensiero all'idea di una ferita di qualche genere o all'infelicità di un male doloroso, ma la perdita di una capacità che esiste attraverso il concetto di funzionalità (che può essere di un apparato, delle braccia, delle gambe ecc.). La lesione di una funzione esprime la perdita parziale o totale di qualcosa che esiste al livello di potenziale, che quindi non si esprime se non attraverso la vita di tutti i giorni, quindi può rappresentare la perdita nel corso della vita o anche dalla nascita di una delle funzioni fisiche o anche mentali qualsivoglia, di cui disponiamo come persone, a vari livelli di efficienza. Una funzione, del corpo, della mente, non è un ente fisico; la parola funzione è un sostantivo che esprime una capacità di fare qualcosa di specifico, di mirato. Credo che il pensiero artistico del rappresentare un qualcosa che non esiste più a livello di potenziale come se sia una lesione, riconduce l'idea al difficile campo esistenziale dell'handicap in cui non esiste in tantissimi casi, non esiste più né il dolore di una perdita di qualcosa che viene lasciato al passato, né il dolore di vivere una condizione particolare legata a una minore operatività del corpo, in quanto mancante di alcune operatività specifiche. Io ritengo che questa parola inventata, la cui etimologia dà immediatamente l'idea del significato, rappresenti meglio che diversamente abile, portatore di handicap, disabile, invalido, le persone con handicap. Il secondo nome-invenzione che propongo viola il linguaggio e la musicalità della parole nella lingua italiana: mi sono cimentato con l'idea di rappresentare un concetto sfuggente la cui essenza somiglia più ad un nulla assoluto che a un qualcosa che esista realmente. Per farlo sono rimasto aggrappato alla realtà sociale delle persone, cosa imprescindibile per dare una definizione di persone che serva a qualcuno che non sia se stesso. La parola che ho inventato è inpaziente, con la lettera n davanti alla lettera p; in questo consiste la licenza che mi sono preso con la nostra lingua. Questa parola esiste per definire tutti quei pazienti per cui sia inadeguato e improprio usare la parola paziente (quando sia diventato ormai obsoleto usare la parola pazzo o matto). Facendo alcune considerazioni si può discutere sulla validità di questo termine. Ci sono molti pazienti psichiatrici che rifiutano le cure; una persona che ha bisogno del medico riconosce la propria necessità di affidarsi a qualcuno per uno stato di salute compromesso, assume le cure prescritte e aspetta il risultato. Nel caso della psichiatria questo aspetto assume una connotazione particolare per cui molti pazienti hanno un atteggiamento scostante e impaziente nei confronti della cura, come se assumessero essi stessi una forma mentis particolare e caratteristica (non a caso tantissime reazioni delle persone più disparate si assomigliano). A questa forma che in realtà sembra meglio un'assenza di forma, io do il nome di inpazienza, cioè in realtà il paziente psichiatrico è un paziente per cui la parola paziente è inappropriata. Quello che propongo quindi è che si definiscano inpazienti tutti quei pazienti della medicina per cui diventi, per comportamento, inappropriato parlare di paziente. Per ragioni di spazio non mi elungherò nell'elencare le caratteristiche che fanno di un paziente della medicina un caso di inpazienza (non essere completamente disponibili ad assumere le cure, non essere temporaneamente disponibili alla cura di sé, non sopportare facilmente il disagio,...) e concludo rapidamente questo articolo augurandomi che per quanto abbia parlato di due concetti veramente profondi in modo veloce, possa aver dato il mio personale contributo di idee alla società. Oggi mi parrebbe migliore usare la parola funzioleso meglio che diversamente abile, una volta addirittura infelice, e la parola inpaziente al posto di persona con disagio. Servirebbe, oltre che per ridurre le ombre discriminanti, anche per riconsiderare da un punto di vista organizzativo sociale due casi attuali nella nostra società che hanno bisogno del lume dell'intelletto per poter essere visti per quello che sono senza razzismi inutili e appiccicosi. Un'ultima nota: la disponibilità oggi esiste ed è importante, nel vecchio secolo una parola come negro serviva a parlare di una diversità che esisteva evidente; il colore con cui la si dipingeva e anche tante azioni fatte crearono la discriminazione razziale nei confronti dei neri, come per dire che una volontà di andare avanti ci deve essere altrimenti potremo inventarci parole nuove a non finire, ma distruggeremo immediatamente ogni progresso dei nostri pensieri attraverso il nostro comportamento, il nostro modo di parlare e di socializzare.