Ciò che so sulle malattie mentali PDF Stampa E-mail
 Dott.ssa Silvia Santilli macro_fiore_vespa_w_tb1

"...e poco per volta posso arrivare a considerare la follia una malattia come un'altra..."
Van Gogh

 

Introduzione
La follia esiste? Che cos'è'?
Pregiudizi sulle malattie mentali
Conseguenze di tali pregiudizi
Alcune caratteristiche del malato mentale
Ci possono essere lati positivi in alcune patologie?
Conclusione
Un esempio concreto
Bibliografia


Introduzione
Gli esperti del settore dicono che io sia malata mentale dalla nascita, ma io ho scoperto di esserlo (drammaticamente a mie spese) 'solo' all'età di ventidue anni.
Ormai sono passati quasi sette anni di odio e amore per la mia malattia,

speranze, illusioni, sogni e progetti impossibili e credo che la mia vita continuerà ad essere così, nel bene e nel male che ciò comporta.
Insomma, forse ho raggiunto quella "relativa tranquillità dovuta all'abitudine e alla rassegnazione"(1) di cui parlò Jaspers in riferimento allo 'stadio finale' della malattia, o semplicemente ho sperimentato, come tutti, la 'morale' di un apologo di Fedro secondo cui la "gioia e il dolore fanno parte del misterioso ingranaggio della vita e bisogna, dunque, accettare l'una e l'altra con saggezza". Non sono ancora molto saggia a causa degli estremi della mia malattia e della mia incoscienza ma spero di eliminare questi eccessi, prima o poi...
Ma, veniamo alla sostanza: di cosa sto scrivendo e perché lo faccio.
Non dovrebbe essere difficile capirlo dopo la mia sommaria presentazione, ma forse è bene approfondirlo un po' di più.
In questo scritto ho intenzione di trattare, nel modo più completo possibile, il vasto tema della malattia mentale. Preciso che ciò che scriverò, seppur citando spesso altri autori, è puramente la mia opinione e esperienza personale che, in quanto tale, non può e non vuole essere né giusta né sbagliata, ma semplicemente espressa.
Ho sempre voluto scrivere su questo tema ma non l'ho mai fatto perché in questi sette anni ho avuto troppe prove dell'ignoranza, e peggio ancora del pregiudizio, che troppi (per non dire quasi tutti) hanno sulla malattia mentale e, forse peccando di pessimismo, li ritenevo inestirpabili.
Poi mi hanno convinto e, pur mantenendo il sovraespresso pessimismo, lo faccio con piacere e soprattutto con la speranza, seppur minima, che le cose cambino perché attualmente (e peggio ancora in passato) i malati mentali, oltre a combattere col loro male, hanno dovuto combattere col mondo e sopportare indicibili umiliazioni e incomprensioni che li hanno portati naturalmente alla condizione non umana di emarginati o, addirittura, alla morte.
E tutto questo, scusate la tautologia, per l'ignoranza di chi vuole credere di sapere ciò che nemmeno può immaginare e per i pregiudizi fra i quali la malattia mentale vanta, suo malgrado, i seguaci più numerosi, assurdi e, oserei dire, impensabili e inconcepibili.
Specifico che mi riferirò ai malati mentali 'medio/gravi' (dato che, essendo fra gli altri il mio caso, è ciò di cui ho esperienza più diretta) senza prendere in considerazione i disturbi più lievi o le 'malattie momentanee', né il ritardo mentale o le malattie la cui degenerazione raggiunge livelli di 'pseudo morte cerebrale'. È chiaro che mi rivolgo alla 'gente comune' che non conosce l'argomento.
Ciò di cui parlerò, data la vastità e la diversità delle malattie mentali (basti pensare che il manuale introduttivo di psichiatria clinica consta di più di cinquecento pagine) non è necessariamente vero per tutti i malati mentali ma è 'semplicemente' ciò di cui ho avuto ed ho esperienza diretta o indiretta; è, appunto, ciò che so sulle malattie mentali, mica pretenderete che io sappia tutto?

 

La follia esiste? Che cos'è'?
Da un semplice dizionario della lingua italiana troviamo le seguenti definizioni: NORMALITA': condizione o situazione conforme alla consuetudine o alla generalità; NORMALE: conforme alla consuetudine o alla generalità dei casi, usuale, in frasi negative può esprimere un giudizio non favorevole o alludere a una condizione patologica; PAZZIA: qualsiasi forma di alterazione, permanente o temporanea delle facoltà mentali; PAZZO: malato di mente; FOLLIA: stato di malattia mentale caratterizzato dalla perdita di ogni criterio di giudizio; FOLLE: dal latino 'follis', sacco di cuoio, pallone, come simbolo di testa vuota; MATTO: che ha perso l'uso della ragione(2).
Tempo fa, conversando alquanto indispettita, avevo proposto di eliminare questi termini dal dizionario considerandoli obsoleti e sostituire 'normale' con 'comune' o 'naturale' o 'nella norma' contrapposto però alla devianza e non alla malattia mentale; e di eliminare 'pazzo' sostituendolo con l'unica definizione di 'affetto da una malattia mentale'.
Il dizionario dei sinonimi sembra d'accordo con me non considerando mai la parola 'pazzo' come contrario di 'normale'.
Ma la mia rabbia verso questi termini è dovuta primo all'infondatezza di considerare un malato mentale come semplicemente privo di ogni razionalità e logica, secondo alla confusione diffusissima sull'uso di questi termini.
Nonostante molti esperti del settore e molti malati preferiscano il termine eufemistico di 'persona affetta da disagio psichico', io non voglio nascondermi dietro un filo di paglia, la malattia mentale esiste ed è una malattia non un disagio, ergo, esistono i malati mentali che sono (siamo) 'semplicemente' persone malate.
La 'pazzia', nel senso più comune e confuso del termine, secondo me, proprio non esiste. Su di essa è stato scritto, detto e fatto di tutto analogamente al tema dell'Amore forse proprio perché, come l'Amore, essa è connaturata nell'uomo, è sua caratteristica inscindibile da esso e sono d'accordo con Pascal nell'affermare che "gli uomini sono così necessariamente pazzi che il non essere pazzo equivarrebbe solo ad essere soggetto ad un'altra forma di pazzia"(3) o Shakespeare: "la pazzia [...] se ne va a passeggio per il mondo come il sole, e non v'è luogo in cui non risplenda"(4), o il Marchese de Sade: "tutti gli uomini sono pazzi, e chi non vuole vedere dei pazzi deve restare in camera sua e rompere lo specchio" ...e potrei continuare per pagine e pagine.
Non ho citato questi autori riconosciuti da tutti come 'grandi della letteratura e filosofia' per consolarmi e sapere che non ho niente di 'strano', ma perché il concetto è, o dovrebbe essere, di un'evidente semplicità. Per chiarirlo meglio continuo ancora un po' a motivare la mia tesi sull'inesistenza della follia, sperando di non annoiarvi troppo.
Ad esempio, lapalissiano è il fatto che da sempre il mondo si divide in 'credenti' e 'non credenti', basterebbe questo per dire che si danno del 'folle' a vicenda da sempre, "per cui, con un dissenso così profondo e totale fra gli uni e gli altri, ecco che appaiono vicendevolmente pazzi"(5).
"un profano, che assiste ad una discussione di teologi, non è lontano dal pensare di scoprire un mondo dove ci si esercita a sragionare insieme, con la stessa logica imperturbabile dei degenti di un manicomio".(6)
Per Erasmo da Rotterdam non credersi folli significa "dimenticarsi della condizione umana e aspirare alla vita degli Dèi", significa "muovere guerra alla natura" e alla "sorte comune di tutti", all' "essere uomini"; e quando 'Follia' non si lamenta di non essere venerata dice: "io per me ritengo di avere tante statue quanti sono i mortali, i quali volontariamente o involontariamente portano intorno altrettanti ritratti viventi di me stessa"(7).
Anche fosse che io accettassi il termine 'normale' contrapposto a 'pazzo' (nell'accezione di malato mentale) mi sapreste dire voi che cosa è 'normale' per un uomo a parte i bisogni naturali e le leggi fisiche alle quali anch'egli, come il suo corpo, è sottoposto?
Non è solo una questione di diversità e infinità di atti, opinioni, idee, caratteri eccetera, ma il fatto che ciò che a me sembra la più perversa delle follie, per molti è stato, od è, la più evidente normalità.
Per fare un esempio, diciamo... 'soft'...per me, stavolta lo dico anch'io, matta a pieno titolo, è una follia tradire il proprio partner, ma guardandomi intorno, vedo che quasi non c'è cosa più comune e che dai più è vista come normalità. Io (sarà perché sono matta?) proprio non lo riesco a concepire, mi chiedo: ma se lo/a ami non riusciresti mai a mentirgli/le per tutta la vita e se non lo/a ami perché ci vuoi passare tutti i tuoi giorni, non è mica una galera l'Amore, no? Scusate ma certe cose 'normali' proprio non entrano nella mia testa malata.
Per fortuna c'è sempre qualcuno d'accordo con me... "chi vedendo una zucca la crede una donna, eccolo definito demente, poiché è un caso raro; se però uno condivide sua moglie con molti altri e giura e spergiura ch'è meglio di Penelope, sommamente beandosi di quel felice errore, nessuno lo chiama demente, poiché si vede che è un incidente diffuso fra i mariti".(8)
In secondo luogo, basta conoscere sommariamente la storia del genere umano e delle diverse culture per capire quanto sia labile, se non inesistente, il confine fra normalità e follia, "comportamenti oggi considerati patologici non erano tali nel passato e viceversa [...] ogni epoca ha elaborato una propria definizione di follia"(9): un tempo era normale e persino teatrale la tortura di esseri umani come anche oggi in alcune culture è normale lapidare o bruciare viva una persona...cose folli oggi, per fortuna, per la maggior parte delle persone.
Tramite la voce dei personaggi di un suo bellissimo libro, anche Cohelo si domanda cos'è un matto dato che il termine "veniva usato in maniera del tutto anarchica" e non sa darsi risposta se non "colui che vive nel proprio mondo [...] diverso dagli altri" come lo sono stati i grandi geni, i santi, eccetera, ma, in fondo, quale essere umano non è diverso da un altro?(10).
E poi, chi potrebbe decidere cosa è normale? Se proprio dovessi considerare la normalità contrapposta alla follia, mi piacerebbe leggerla come il rispetto delle leggi giuste, il rispetto kantiano per gli altri, l'Amore per il prossimo ma, purtroppo, se così fosse, al mondo ci sono stati e ci sono molti più folli che normali e il concetto di Amore cristiano, che io ritengo e vorrei considerare normale, forse è più spesso soppiantato dalla sua riformulazione in: "chi ama il prossimo suo come se stesso o non ama se stesso o non conosce il prossimo".(11)
"La follia sarebbe così una parola in perpetua sconvenienza con se stessa e interrogativa da parte a parte, tale da mettere in questione la sua possibilità e, con essa, la possibilità del linguaggio che la comporterebbe".(12)
Chiarito questo, cercherò di evitare di usare i termini 'normale' e 'pazzo' in riferimento all'essere umano, ma anche dopo aver appurato che egli e folle per sua natura, non bisogna dimenticare che esistono persone 'normali' affette da malattie mentali.

Cosa sono le malattie mentali? Perchè tanta confusione e 'ignoranza' sul tema? (^)
Tante volte, forse troppe, ho quasi condannato i non malati mentali per l'incomprensione, secondo me incredibile, che mostravano riguardo tali malattie.
Per me il ragionamento era, e doveva essere, molto semplice: il cervello è, come il cuore, il fegato eccetera, un organo del corpo umano e, in quanto tale, non diversamente dagli altri organi, può ammalarsi. Per me era facile capire che, come non posso evitare l'infarto se ho il cuore debole, così non posso evitare che il mio cervello si ammali tramite la mia volontà!
Quanto ho odiato il vostro predicare sui miracoli della 'forza di volontà'! Ora forse riesco quasi a capirvi ammettendo che, forse, per una malata mentale dalla nascita è molto più facile capirlo.
Ciò che soprattutto ho odiato, è l' "opinione comune secondo cui la malattia mentale equivale a un completo disfacimento emotivo e psicologico [...] applicandola solo a quei soggetti che hanno perso ogni facoltà di riflettere, d'orientarsi, di concatenare le loro idee"(13), al contrario questi casi sono rari e il mondo delle malattie mentali è infinitamente meno semplicistico di così.
D'altronde so bene che, mentre il resto del corpo è stato studiato e analizzato sin dai tempi di Ippocrate, il cervello, fino a poco tempo fa, era considerato intoccabile perché di origine divina e i suoi mali sono stati più che altro visti come conseguenze demoniache o comunque in modo 'mistico'.
E' da considerare il fatto che solo nel 1996 la psichiatria acquistò una sua autonomia, mentre fino ad allora era relegata al mero ruolo ancillare della neurologia e, soprattutto, la confusione esistente persino fra gli studiosi della materia. Per Freud la causa delle malattie mentali era tutta racchiusa in disordini di natura sessuale o a complessi edipici risalenti alla fase infantile; per il suo allievo Adler al senso di inferiorità e frustrazione; per Maslow all'insufficiente gratificazione dei bisogni, in particolare quelli di sicurezza e di realizzazione. Per Rogers è una questione di autostima mentre altri ne individuano la causa nell'eccessiva sensibilità attribuita ai giudizi degli altri. Secondo il cognitivismo, poi, tutto sta nel modo in cui percepiamo il mondo e la nostra esperienza e la realtà che ci circonda.(14)
La maggior parte degli studiosi è concorde sulla multicausalità, ma io ritengo che le motivazioni sovraesposte possano essere motivi di disordini psicologici più che psichiatrici e che, seppur possano concorrere alla manifestazione di malattie mentali, le cause principali siano da rilevare in anomalie biologiche, difetti genetici, sostanze tossiche, gravi malattie e stress, considerando mente e corpo strettamente connessi come sostengono gli esponenti del 'modello biologico'.
È chiaro che psicologia e psichiatria sono strettamente connesse e che una causa 'ambientale' possa scatenare il tutto ma, secondo me, ci deve comunque essere una predisposizione genetica o biologica almeno per le malattie medio-gravi.
Ammetto poi che le malattie mentali sono molto più complicate delle altre non solo perché gli esami medici specifici sono pochi e non del tutto probanti, ma perché esse presentano un'incredibile vastità di sintomi ai quali, inoltre, ogni paziente reagisce in modo diverso come spesso pazienti affetti dalla stessa malattia mentale reagiscono in modo diverso agli stessi farmaci. Inoltre, spesso, le patologie tendono ad associarsi facendo si che il paziente abbia più di una malattia mentale allo stesso tempo.
Insomma sono consapevole che "solo chi dispone di una conoscenza viva e diretta della malattia mentale potrà averne piena comprensione e che non si deve mai dimenticare che rimarrà sempre un resto inaccessibile, inconoscibile, ciò che il linguaggio comune chiama 'la follia'".(15)
Forse sono quelle rare malattie delle quali, se non ci passi, non potrai mai capire più di tanto e, in fin dei conti, personalmente sono sette anni che mi 'studio e mi faccio studiare' ma, pur avendo compreso tante cose, quasi quotidianamente scopro qualcosa di nuovo.
Quello che mi preme far notare è che "l'uomo non è oggi sano e domani folle [...] agli occhi del profano spesso non appaiono come follia e molti non la riconoscono neanche quando più tardi la malattia è diventata palese".(16)
Non pretendo la vostra totale comprensione e sono contenta che non riusciate proprio a capire certe manifestazioni della malattia ma vorrei tanto che non consideraste il malato mentale un ritardato che ormai non ha quasi più niente di umano perché ogni malato mentale sente, anche se voi non lo notate, come viene percepito e ne soffre. Cercate dunque di evitare di cadere nella facile trappola dei pregiudizi, di cui sommariamente parlerò nel prossimo capitolo.
In un libro del 2002, che tratta questo tema, viene riportato che più di dieci milioni di italiani soffrono o hanno sofferto di disturbi mentali; mentre ben il 20-25% della popolazione mondiale maggiorenne soffre di un disturbo mentale significativo. Di questi, solo il 10% viene seguito dai servizi psichiatrici pubblici o privati.(17)
Questo significa, al di là delle percentuali ormai datate, che circa il 90% dei malati soffre, affronta da solo la sua malattia e non ha nessuna speranza che le sue sofferenze si attenuino. D'altronde, come quasi tutte le malattie, o ti curi o starai male.
Tutto questo credo sia dovuto a due motivi strettamente connessi, anzi, direi di causa effetto. I non malati mentali, almeno la maggior parte, liquiderebbero il problema con sciocche e assurde frasi tipo: "tanto è matto, non capisce neanche che sta male", oppure "è solo scemo e debole, per questo non riesce ad affrontare la vita, che cure vuoi che gli servano?".
Lasciando perdere il fatto che, dal mio punto di vista, questo è puro nonsense, mi domando se si sono mai chiesti una cosa (almeno quelli di essi che crede nell'esistenza delle malattie mentali dato che, la maggior parte neanche ci crede!): perché se stanno male non si curano?
È vero, è spesso il malato stesso che nega di essere tale e rifiuta ogni tipo di cura, ma siete sicuri che il modo di dire "un matto non direbbe mai di essere matto, non lo sa" sia proprio vero?
Nella maggior parte dei casi egli ha piena consapevolezza del suo male ma non si cura, secondo me, principalmente a causa dei pregiudizi, delle dicerie e, oserei dire, delle fandonie, che troppi non malati mentali ritengono certezze, sull'argomento.
Con questo scritto (che magari sarà letto solo dalla mia psichiatra) io continuo la lotta che ho iniziato circa sette anni fa affinché i malati mentali siano liberi da tutto ciò di cui sto per parlare e soprattutto liberi di farsi curare, farsi aiutare senza vergogna né sensi di colpa.
Finora ho ottenuto pochi risultati ma, piano piano, spero, foss'anche con mille anni di piccoli passi, la situazione cambi.

Pregiudizi sulle malattie mentali
Premetto, come ho già detto, che a volte odio certi di voi ma non perché invidio il vostro stato di salute e neanche per la vostra comprensibile ignoranza sul tema ma per la presunzione e la mancanza di umiltà che, parlando di ciò di cui non hanno nessuna conoscenza, sputano sentenze e consigli assurdi "sentendosi come Gesu nel tempio <forse perché non possono> più dare il cattivo esempio".(18)
A volte invece amo molti di voi che, pur non essendo né malati mentali né esperti del settore, mostrano un'empatia e un amorevole affetto con un'umanità e una sensibilità che è meravigliosa. Anche se incompreso, il malato mentale sente sempre l'affetto e la solidarietà e credo sia una delle sue più grandi gioie.
Ma veniamo ora ad un sommario elenco dei pregiudizi più diffusi ricordando ai malati mentali che "l'onta, l'obbrobrio, il disonore, gli insulti offendono in quanto sono sentiti; non sentiti non fanno nemmeno male"(19), e ai non malati mentali di cercare di evitare di cadere in queste trappole del pensiero.
Il malato mentale non è consapevole della sua situazione quindi non soffre ed è felice e spensierato. "Questo è il più sicuro sintomo di pazzia: i matti sono sempre sicuri di stare benissimo. Soltanto i sani sono disposti ad ammettere che sono pazzi".(20) Beh, con tutto rispetto, questa frase ha ben poco senso per me. È vero che una delle prime domande che lo psichiatra fa a un 'nuovo' paziente è se egli pensa di stare male oppure no. È vero che quando lo psichiatra si sente dire: 'dottore sono pazzo, sto male', ne è contento, ma non perché segue il detto secondo cui il vero pazzo è colui che si crede normale, bensì perché semplicemente sa che, per ottenere buoni risultati di diagnosi e cura, il paziente deve riconoscere di avere un problema di salute cosicché potrà farsi aiutare e lasciarsi curare con fiducia. Anzi, vi posso dire, per esperienza, che sono proprio gli esperti del settore a dire che la pazzia non esiste e che siamo tutti normali ma qualcuno ha 'semplicemente' una malattia.
Volendo parlare di 'esempi illustri', Strindberg sapeva di essere 'pazzo', nel 1888 scrive 'Arringa di un pazzo' mentre Vang Gogh addirittura riuscì spesso a dominare la sua malattia: ad analizzare i suoi problemi, a studiarsi, a chiarirsi, a comprendersi: "C'è effettivamente un non so che di rotto nel mio cervello", riconosceva.
Il malato mentale spesso sa come viene considerato ma sa anche di essere 'normale' perché la sua malattia, per quanto produca 'effetti anomali', è una malattia e, scusate se mi permetto, non credo sia neanche pensabile che 'non-normale' sia sinonimo di 'malato'!
Per quanto riguarda le sofferenze poi...non ne parlo neanche, non basterebbe un libro, probabilmente non lo saprei scrivere e sicuramente non sarebbe comprensibile per i più.
Il malato mentale è stupido e privo di ogni logica e razionalità. È vero che, nei momenti delle crisi più acute, io ho perso la maggior parte delle mie facoltà cognitive ma sono riuscita, senza sforzi (che erano tutti concentrati nel lottare contro la malattia o nel godermi gli attimi in cui essa mi lasciava vivere felice) a laurearmi con 110 e Lode (alla Facoltà di "Lingue e Letterature straniere" di udine indirizzo "Relazioni pubbliche" con sede a Gorizia) e a concludere un Master di II livello (in "Tutela Internazionale dei Diritti Umani") con successo. Potete anche condividere, come faccio io, il pensiero della Fallaci secondo cui sono più "gli ignoranti con la laurea che senza laurea" ma, se pensate che io sia stupida credete almeno a chi stupido si è dimostrato di non essere e nessuno lo può negare, come ad esempio Shakespeare: "nonostante sia pazzia bell'e buona, pure c'è del metodo"(21) o ancora Van Gogh che con il suo gesto di tagliarsi l'orecchio e darlo a una prostituta non sarà di certo considerato 'normale' ma il cui genio artistico è indiscusso.
"Ci sono malati incredibilmente assenti, e tuttavia osservano, ascoltano e sono capaci di comprendere; colpiti da stupore, incoerenti, i meno accessibili agli uomini, ma talvolta il loro risveglio è quello di una ragione completa".(22)
Il malato mentale parla a caso senza sapere cosa dice. Ammetto che questo può sovente sembrare di un'evidenza indiscutibile. A volte lo è sembrato anche a me ma solo quando non ho avuto la pazienza di ascoltare. Nei miei tre ricoveri in psichiatria, e non solo, mi è capitato di parlare ore di...non so neanche io di cosa, alcuni pazienti sembravano solo delirare ma vi assicuro che spesso, nel loro delirio apparentemente incomprensibile, mancavano solo pezzi di un puzzle e che, se messi insieme, il tutto era di una logica sconcertante. Per riuscire ad ascoltare un malato mentale grave ci vuole così tanta esperienza che non vi posso condannare e smetto subito la trattazione dell'argomento che, ai 'non addetti ai lavori', risulterebbe incomprensibile.
Il malato mentale non capisce cosa pensano gli altri di lui e come lo giudicano, quindi niente lo può ferire nella sua sensibilità. Lo so che sembra così e so anche che non vi posso spiegare un qualcosa che si può solo sentire con l'anima ma vi prego, per il bene di ogni malato, di provare almeno a fingere di trattarlo come vostro pari perché vi assicuro che, sebbene possa riderne, egli sente sempre almeno due cose: l'Amore e la Cattiveria.
Il malato mentale può fare di tutto, quindi è bene diffidare, stargli lontano e avere paura. Questo pregiudizio è uno dei più terribili perché dipinge il malato come un mostro portando conseguenze deleterie oggi e ancora di più in passato.
Durante il medioevo,in cui i confini fra divino, umano e demoniaco erano labili, si parlava di estasi o possessione mistica. Di fatto, i secoli bui del medioevo furono gli unici in cui fu praticata una relativa tolleranza nella quale i malati mentali erano ai margini della società ma almeno non erano rinchiusi e, in una certa misura, si può dire fossero accettati dalla società.
La criminalizzazione della follia iniziò con il Rinascimento in cui il folle era ritenuto responsabile della sua diversità e espulso dalla comunità o recluso.
La 'nave dei folli' non è solo il titolo di un libro, ma queste navi esistevano veramente e, buttandoli in mare aperto, ci si liberava di loro.
Di patologia fisica si iniziò a parlare solo nel '700 ed essa portò poi all'istituzione manicomiale e alla reclusione sociale.(23)
Anche oggi ogni abominio dell'essere umano viene ricondotto a disturbi mentali. Lasciamo perdere i "giornalisti ignoranti" (che riconducono ogni assassino alla frase 'soffriva da tempo di depressione' non considerando che forse la depressione è l'unica cosa che non riuscirebbe a togliere una vita se non quella di chi ne soffre) posso dire che, da un certo punto di vista, sono contenta che ogni male sia definito 'follia' intendendo qualcosa di non umano ma, purtroppo, non bisogna dimenticare che "non v'è nulla di più comune del fare il male per il piacere di farlo"(24) e che, la cattiveria è qualcosa di connaturato in tantissimi esseri umani: "la perfidia scorre nelle loro vene come il sangue"(25).
Spesso i malati mentali, vinti dalla loro malattia, magari compiono delle azioni malvagie ma in questo non sono diversi dagli altri, chi non è mai stato cattivo in vita sua? Anzi, i malati mentali hanno di bello che riescono a perdonare proprio perché sanno che non sempre una cattiva azione è dettata da una cattiva volontà. In psichiatria ho visto malati farsi torti su torti ma sempre si sono conclusi col perdono e col sorriso.
Il malato mentale ha due facce: una bella, l'altra terribile. Con questo (ma non precisamente nella vostra accezione, credo) sono concorde ma è un errore considerarle distinte senza osservare la persona in toto.
Il malato mentale è ancora più stupido per le medicine che prende. Ecco una delle frasi più assurde che mi sono sentita dire: 'sei matta a prendere quelle medicine che ti distruggono il cervello?'. Dopo un po' di anni di inutili spiegazioni ora rispondo semplicemente: 'io si, ma tu lo sei ancora di più a dirmi di non prenderle, io almeno me ne rendo conto e mi curo!'. Personalmente io sono da anni in trattamento con neurolettici (o antipsicotici). Tale trattamento, secondo il manuale di psichiatria clinica che ho, "è sempre di lunga durata e va mantenuto, in genere per diversi mesi, anni e talvolta anche per tutta la vita del paziente psicotico". A molti di voi sembra peggio di drogarsi! Si, lo ammetto, "nel mio modo onesto e socialmente accettabile" sono una drogata ma credete che noi malati mentali siamo contenti di prendere queste medicine? Prima di tutto conosciamo, per esperienza, molto meglio di voi i loro 'danni' e i loro effetti collaterali (che vanno dal morbo di Parkinson alla frigidità e impotenza, dall'obesità alla depressione fino, in certi casi, alla morte improvvisa). In secondo luogo quasi tutti noi abbiamo lottato fino all'ultimo per cercare di non prenderli, alcuni di noi (me compresa) sono andati all'ospedale proprio per l'ostinazione a non prenderli. Ma voi non sapete di cosa parlate quando dite certe frasi e mi domando perché non capite che quando la sofferenza è troppa ogni essere umano farebbe di tutto per stare meglio. Sono contentissima che voi non sappiate cosa sia ciò che io chiamo 'la morte da vivi' ma vi assicuro che, quando ci sono passata, persino io che ho sempre litigato col mio amatissimo ex psichiatra perché non volevo prendere un certo farmaco non ho neanche guardato cosa prendevo, sarei stata disposta a qualsiasi effetto collaterale pur di 'tornare a vivere'. Ok, magari mi distruggono il fegato, magari potrebbe capitarmi il 'raro caso di morte improvvisa ', ma ora li prendo 'volentieri' perché almeno, forse, riuscirò a vivere, soffrendo e gioendo, fino al giorno della morte fisica che ritengo sia nelle mani di Dio.
Per sostenere questo punto ricordo che "anche la psicoterapia, a meno che non si tratti di disturbi di lieve entità, senza il sostegno di alcun farmaco spesso non dà risultati apprezzabili. Senza contare il fatto che, spesso, i comportamenti patologici sono il sintomo di una disfunzione biologica soggiacente e perciò senza una terapia farmacologia che modifichi direttamente il funzionamento biologico, non si raggiungerà alcun risultato.
Coi pazienti più gravi, poi, è quasi del tutto impossibile intervenire senza l'ausilio di qualche farmaco che stabilizzi il paziente. Molti soggetti, infatti, non possono essere curati soltanto con la terapia della 'parola'".(26)
Il malato mentale se va dallo psichiatra, o peggio ancora in reparto psichiatrico, è una vergogna per lui e per la sua famiglia. Il tanto odiato (sicuramente non da me, anzi è uno dei miei amori più grandi) psichiatra non è altro che un dottore specializzato in specifiche patologie come può essere un oncologo o qualsiasi altro specialista, ma è opinione comune che, se proprio devi andarci, lo devi fare di nascosto come se fosse il segreto più inconfessabile della tua vita. Tutti poi (per me questo è 'follia') non mancano di 'condonare' le peggiori perversioni in ogni campo, ma se sei stato ricoverato in psichiatria sembra che nessuno possa perdonare un 'peccato' così grave. È già tanto, per alcuni, non vergognarsi o addirittura avere paura, anche solo di entrarci per far visita a un congiunto.
Il malato mentale, se desidera morire, è solo un ingrato che non apprezza la vita e, se piange, lo fa perché è viziato e non si accontenta mai. Come tutti sanno e dicono, la salute è il bene più importante per ogni essere umano (per me è l'Amore ma non ci fate caso, io sono matta!) e io non capisco perché la malattia mentale, che così tanto fa soffrire, non sia quasi mai considerata come perdita del bene più prezioso. Spesso ti dicono: 'che cavolo piangi? Non ti manca niente e si deve piangere solo per il 'male''. 'E infatti sto piangendo per la malattia', ma quasi nessuno lo capisce. Per quanto riguarda il desiderio di morte, credo che sia 'normale' e derivante da ogni sofferenza veramente grande (e la malattia mentale lo è spesso); seppur la mia tesi di Master sul tema dell'eutanasia è sostanzialmente ad essa contraria, ho desiderato così tanto e così tante volte la morte che non la potrei mai condannare, e so che ci saranno ancora momenti così che non li posso neanche contare.
L'apprezzare le piccole cose, scusate se mi permetto, è tipico di tutte le persone che le hanno perse almeno per un po' e niente, più della mancanza di salute, te le rende impossibili da raggiungere. Bisogna considerare inoltre che perdere la salute mentale spesso coincide con il perdere anche quella fisica. Per fare un esempio, non potete rendervi conto di quanto io sia stata felice il giorno che sono riuscita ancora a fare le scale di corsa o quando ho mangiato di nuovo con gusto!
E ora veniamo al pregiudizio che in assoluto odio di più.
Il malato mentale è semplicemente un inetto che manca di forza di volontà. Fra i criteri necessari per classificare una sindrome come disturbo mentale, l'American Phychiatric Association individua come fondamentale il fatto che la manifestazione debba essere involontaria. Ma a questo quasi nessuno vuole credere e quanto è così spesso invocata questa 'forza di volontà', sembrano tutti eredi di Vittorio Alfieri! Sembra che con essa gli uomini possano addirittura fare miracoli e, come dicevo prima, chi la invoca per le malattie mentali, non solo dimentica che il cervello è un organo fisico, ma dimostra quella che secondo me è l'incoerenza più assurda. Quando chiedi alla maggior parte delle persone quale sia la loro più grande paura, quasi sempre rispondono: 'perdere la testa'. La mia adorata nonna ha pregato per questo fino al giorno della sua morte e io sono perfettamente d'accordo ma, mi chiedo, perché, dato che basta la forza di volontà, 'andare via di testa' spaventa così tanto? Basta un po' d'impegno no?
Mi viene un sorriso grottesco al pensare che se non riesci ad alzarti dal letto per qualche linea di febbre tutti quasi ti compatiscono e ti invitano a riposare mentre se la malattia mentale non ti fa dormire da settimane e ti toglie ogni minima forza, sei solo pigro e svogliato.
Potrei continuare ancora ma questi sono i pregiudizi di cui ho avuto esperienza (e comunque non mi sembrano pochi).
Li conosco bene perché io, al contrario di come, secondo molti, dovrei fare, non mi sono mai vergognata di essere malata né tanto meno l'ho tenuto nascosto. Anzi, a volte c'ho giocato, direi, come 'esperimento antropologico' per scoprire le diverse reazioni, per alcune delle quali si può ridere molto, per altre un po' meno, ma non intendo farne un esempio. Quello che intendo fare è dimostrare come questi pregiudizi abbiano portato, e portino, conseguenze deleterie quanto quelli razziali. D'altronde, dai più, noi siamo considerati una 'razza diversa'.
Non vorrei essere troppo drastica ma, forse, se questi pregiudizi venissero estirpati la malattia mentale sarebbe meno terribile per il malato e, forse, ci sarebbero molti meno suicidi.
Ricordo ancora che non pretendo che voi capiate razionalmente (non essendo né malati né esperti del settore) ciò che vive un malato mentale ma 'solo' che dimostriate un po' di empatia per le sue sofferenze, che non lo condanniate e che almeno crediate alle sue parole (dopo essere riusciti magari ad ascoltarlo).

Conseguenze di tali pregiudizi
Io non sono fra i "membri d'onore del nostro partito, che pure in pubblico si vergognano del nostro nome tanto da gettarlo comunemente in faccia agli altri come un pesante insulto"(27), ma è da notare che la conseguenza più evidente, prodromo di tutte le altre, è il senso di vergogna che il malato prova appena si rende conto di avere problemi di salute mentale.
Vergognandosi del suo male, e quindi anche di se stesso, il malato non si analizza, non si comprende, non si fa aiutare, cadendo in un vortice da cui è impossibile risalire.
Il senso di colpa che ne scaturisce è generalmente terribile da sopportare, come vi sentireste credendovi responsabili del vostro disfacimento psicofisico? Al contrario delle altre malattie, la malattia mentale porta spesso alla colpevolizzazione di chi ne soffre che, senza l'aiuto e il sostegno di chi gli fa capire che non è colpa sua, perde completamente la propria autostima e con essa ogni speranza di serenità.
Un'altra grave conseguenza è l'isolamento e l'emarginazione del malato non solo nel senso della reclusione manicomiale che ora non esiste più, ma nel triplice senso di autoisolamento, isolamento forzato e sensazione di solitudine essendo "soli anche in mezzo a una folla affaccendata". Il malato mentale, generalmente, inizia a ricercare egli stesso la solitudine per cercare di capire cosa gli stia succedendo e per nascondersi dagli altri che sono sempre pronti a facili giudizi per poi ricercare di nuovo il contatto con gli altri che troppo spesso, una volta conosciuta sommariamente la sua situazione, fanno di tutto per evitarlo come se fosse 'portatore di morte'. Infine, seppur sia un isolamento meno evidente, egli spesso, pur restando in società e avendo magari decine di persone vicino, si sente sempre più solo perché sa che non può parlare a nessuno della sua malattia e che, se anche lo facesse, non sarebbe mai capito. A tal proposito ricordo che la malattia mentale costituisce una parte estremamente considerevole del mondo del malato e non parlarne o nasconderla significa solo negare se stesso e rinunciare al diritto più necessario, il diritto di 'essere'.
La conseguenza più distruttiva, infine, è la rinuncia a curarsi. Anche non vergognandosi e facendosi aiutare, per queste malattie, la ricerca di una cura è difficilissima, sicuramente molto più di tante altre malattie (faccio notare che, pur curandomi da sette anni, ancora non ho trovato la 'cura perfetta' e sono da poco uscita dall'ennesimo ricovero) figuriamoci se il malato rifiuta le cure e si ostina a non chiedere aiuto! Ho conosciuto diversi malati, in reparto psichiatrico, che erano lì perché, avendo seguito l'incredibile consiglio dei 'normali' di non prendere le medicine, avevano dovuto affrontare una pericolosa degenerazione della loro malattia. La malattia mentale, in genere, progredisce e io mi sono sempre chiesta, anzi, continuo a chiederlo a quelli di voi che odiano tanto le nostre medicine: consigliereste ad un cardiopatico di non prendere le medicine per il cuore? Non vi rendete conto che con questi 'buoni consigli' rovinate, distruggete, la vita delle persone?
Io sono stata fortunata perché non m'è mai mancata la comprensione (grazie allo psichiatra) e l'Amore (grazie alla mia famiglia e, ora, al mio stupendo compagno) né l'affetto di alcuni amici ma se non avessi avuto questo, probabilmente (forse sicuramente?) non ce l'avrei fatta e avrei tramutato in azione i miei troppo soventi pensieri di togliermi la vita.
Con questo vi chiedo di pensare prima di dire certe cose e se è vero il detto 'chi tace non sa', io direi 'per favore, chi non sa, almeno taccia'.

Alcune caratteristiche del malato mentale
Descrivere tutte le caratteristiche delle diversissime malattie mentali non solo sarebbe fuori luogo in questa sede, ma non sarebbe diverso da un qualunque manuale di psichiatria. Non è mia intenzione essere esaustiva né ritenere che le caratteristiche di cui parlerò possano essere vere per tutti i malati mentali, voglio solo sottolineare certi aspetti che spesso mi sembrano molto confusi e, come in ogni riga di questo scritto, parlare di ciò di cui, personalmente, ho avuto esperienza in quello che molti chiamano 'un mondo tutto mio' ma non credo esso sia poi così strambo.
A scanso di equivoci, preciso che mi riferirò in particolare alla mia malattia (che sono almeno due ma, per semplicità espositiva, le ho sempre definite così).
Ho già citato la sofferenza, anche fisica; la consapevolezza; la logica e la razionalità che sono tutt'altro che estranee al malato mentale, ora ne analizzerò altre che , per molti, sono ancora più incomprensibili.
Il malato mentale ha bisogno e vuole sapere la verità sulle sue condizioni. Ammetto che questa necessità non è condivisa soprattutto dai medici specialistici, ma credo di poter immaginare perché ci sia tanta 'riservatezza' sull'argomento. È vero che una diagnosi precisa è spesso così difficile da risultare, a volte, quasi impossibile e quindi anche non definibile, ma credo che i giri di parole che spesso usano gli psichiatri con i loro pazienti sia da rilevare in una, diciamo, forma di prudenza. Mi spiego: nel caso delle malattie mentali, il rischio suicidio è molto alto e lo psichiatra sa che non può rischiare di dire al paziente il nome della sua malattia che, il più delle volte, non se ne andrà per il resto della sua vita.
Personalmente ho saputo questi terribili (secondo molti, ma secondo me semplici nomi espressivi di un dato di fatto) termini solo dopo sei anni di cura, analisi e autoanalisi, domande e richieste pressanti. So bene che è stato meglio così, e che probabilmente non sarei riuscita ad accettare troppe cose se lo avessi saputo durante la mia prima grande crisi, ma continuo a sostenere che "un dolore di cui si conosce la causa si sopporta meglio di un dolore la cui natura e durata non si può definire o prevedere".(28)
Ora uso tali nomi senza nessuna vergogna, sebbene il mio caro psicologo dica che ne parlo in modo troppo naturale...ma io gli rispondo sempre che essi sono il mio 'essere naturale', ci sono passata e ci passo, come potrei considerarli 'innaturali'? (A proposito, lo ringrazio per la sua grande pazienza).
La contraddizione è spesso intrinseca alla malattia mentale. "La contraddizione, l'ambivalenza sono comuni a tutti gli uomini per la contraddittorietà di tutto il pensabile ma nei malati mentali essa appare con maggiore violenza e intensità, nella malattia la contraddizione si esaspera fino all'insopportabile".(29) Credo che questo dipenda da chi, fra il malato e la malattia, vince 'la battaglia' perché il comportamento, i pensieri, il carattere, durante le crisi sono spesso odiati anche dal malato stesso che, senza di esse, sarebbe stato una persona a volte totalmente diversa.
Personalmente io ho un'incredibile difficoltà nel descrivere me stessa, a chi mi chiede come sono rispondo sempre di essere tutto e il contrario di tutto ed è forse per questo che sono così irremovibile su certi principi, essendo essi l'unica cosa che di me rimane costante.
Inoltre spesso "i malati, nel loro delirio, reinterpretano avvenimenti del passato o addirittura li inventano", ma questo credo sia più il caso di allucinazioni che, se colpiscono tutti i sensi contemporaneamente, non posso non essere confuse con la realtà anzi, quella è spesso l'unica realtà a cui il malato crede e di cui ha il ricordo. Mi è capitato, dopo insistenze di chi mi amava, di riconoscere di aver avuto una 'concezione erronea della realtà', tuttavia i miei ricordi sono rimasti quelli e questo, in tali casi, non si può proprio evitare.
Spesso dall'autoisolamento il malato passa a una condizione di facile contatto con gli altri e è di una sincerità e naturalezza sconcertanti. Una volta superati la vergogna e il senso di colpa, molti malati imparano a non curarsi del giudizio degli altri portando il loro intimo a conoscenza di tutti e comportandosi come desiderano con una sfrontatezza direi quasi infantile. Probabilmente perché conoscono bene i giudizi degli altri e, probabilmente dopo averne sofferto, riescono ad essere loro stessi e a raggiungere la libertà più importate, cioè la 'libertà di essere', persino invidiabile da parte dei non malati che spesso sono molto più schiavi del conformismo, di regole che non condividono e di un modo di vivere che non è il loro.
"Strindberg non ha mai conosciuto la riservatezza, ma senza dubbio la malattia ha avuto la sua parte nella brutalità con cui denudò se stesso e gli altri [...] è frequente in questi malati la perdita di quei sentimenti chiamati tatto, comprensione, riguardo; regole abitualmente difficili da infrangere".(30)
Fino a poco tempo fa quasi mi vantavo di questa mia 'brutale sincerità', ma piano piano capisco che, pur essendo un valore in cui ho sempre creduto, l'eccessiva schiettezza può costituire un eccesso da eliminare. Sto cercando di cambiare ma non è facile, la 'normalità' sembrerà pure naturale ai più ma per me, da tempo, non è altro che una chimera quasi inconoscibile e so di aver bisogno di tempo per cercare di camminare verso di essa.
Il malato spesso sviluppa una forza fuori dal comune. Al contrario del pensiero di molti, secondo il quale il malato manca di forza ed è vinto dalle 'banali difficoltà della vita', egli nella sua lotta contro la malattia riesce a diventare sempre più forte anche in altri campi del vivere quotidiano.
"Lo spirito dei malati all'inizio della psicosi soccombe alle forze segrete che minacciano di distruggere la loro personalità; sono angosciati, terrificati da fenomeni quali la disgregazione del pensiero e la perdita del controllo razionale [...] quanto sforzo occorre per conservare il proprio io, la continuità della propria coscienza!". Tutta questa sofferenza è ben lungi dal lamentarsi per un nonnulla o dal non apprezzare le piccole cose, anzi, direi che è esattamente il contrario.
Il reparto psichiatrico non è poi così terribile come sembra. È verissimo che molti pazienti rifiutano il ricovero e spesso lo psichiatra deve ricorrere a un tso (trattamento sanitario obbligatorio), come è capitato una volta anche a me, ma non bisogna dimenticare i lati positivi di un tale reparto. Per molti sono matta proprio perché non mi vergogno a dire che il mio primo ricovero in psichiatria è stato una delle più belle vacanze della mia vita ma, prima di affibbiarmi certi epiteti provate a capire cosa esso abbia significato per me. "E quanto grande era stato il sollievo nel ritrovare [...] le proprie esperienze, tanta era la gioia al sentirsi raccontare ciò che conosceva così bene".(31) Spesso è qui che il malato si sente per la prima volta pienamente compreso e ama questo posto non solo, come nel film 'qualcuno volò sul nido del cuculo', perché sa che fuori vivrebbe una vita da emarginato e troppo dura da affrontare, ma perché quelli che il mondo chiama spesso 'dementi' sono i soli a capire pienamente ciò che egli prova e sperimenta da anni.
Nel 1889, in manicomio, Van Gogh scrive: "credo di aver fatto bene a venire qui, perché vedendo la realtà della vita dei pazzi o dei diversi squilibrati di questo serraglio, mi passa il timore vago, la paura della cosa in se stessa. E poco per volta posso arrivare a considerare la follia una malattia come un'altra [...] diminuisce l'orrore che inizialmente avevo delle crisi che ho avuto [...] una volta che si sa che ciò fa parte della malattia, lo si prende come altre cose".(32)
La malattia è spesso tutto il mondo del malato. "Da Heidegger a Gadamer a Habermas, è stato evidenziato che la malattia è da vedere, oltre che sul piano medico, proprio sul piano esistenziale: pertanto si impone non un riduttivistico concetto biologico della salute, bensì una idea di malattia come espressione significativa della vicenda esistenziale dell'uomo".(33) Se questo è vero per tutte le malattie, lo è ancora di più per le malattie mentali perché il malato diventa inscindibile da una malattia alla quale non solo deve reagire, ma che per molti versi comanda il suo cervello, quindi le sue azioni, emozioni, pensieri eccetera.
La follia è innanzi tutto un problema di linguaggio. Questo lo sostengo non solo facendo mie le considerazioni di Cohelo o le splendide parole della canzone "un matto" di De André, ma per esperienza personale. È vero che non ho ottenuto molti risultati nella comprensione di questo tema da parte dei non malati, ma è anche vero che la mia vita e le mie relazioni con gli altri sono migliorate in concomitanza del migliorare il mio linguaggio e nell'esprimere sempre meglio ciò che provo, ciò di cui soffro e ciò che amo.
"Se parlano, il loro linguaggio è di un disordine illimitato [...] però sovente, già gravemente malati, danno prova di qualità intellettuali brillanti e anche eccessive" che, quando si raggiungono, fanno sentire al malato molta meno indifferenza e timore e molta più comprensione.

Ci possono essere lati positivi in alcune patologie?
Nel suo "Elogio della follia" Erasmo propone quella che potrebbe sembrare una visione distorta di ciò che in realtà sono le malattie mentali (e, in effetti, egli si riferisce non alla malattie, bensì al genere di follia di cui ho accennato prima, quella comune a tutti gli esseri umani), ad una lettura approfondita si capisce subito che il suo scritto è più che altro una critica al mondo (che solo una dose di follia riesce a far credere migliore), a chi si crede sapiente (grammatici, retori, poeti,giuristi, filosofi, teologi, re, principi) e, ancora una volta, l'idea che necessariamente "il mondo e la vita non sono che una catena di pazzi e di pazzie".(34)
Dietro il tono ironico e scherzoso di tutto il testo c'è una "profonda amarezza, la convinzione che la vita sia invivibile se non ignorando, dimenticando ed evadendo; e che l'umanità sia un'accozzaglia di egoisti e di fatui, di incoscienti o di scaltri".
Tuttavia io sono convinta (ancora una volta forse vi dimostro quanto sono 'pazza') che, per quanto drammatiche, molte malattie mentali, al contrario di quelle 'fisiche', abbiano anche dei lati positivi che le rendono persino amabili.
Più che dispensatrice di fortune o, come riteneva Wilde, di eterna giovinezza, concordo che spesso, ciò che viene definito 'follia', sia indice di bontà, purezza e sincerità. "Presso di me non v'è luogo per i belletti, io non fingo una cosa con la fronte e soffoco l'altra nel cuore".(35) Personalmente ho spesso portato all'esasperazione la mia sincerità e la mia spontaneità, ma dovete considerare che, essendo spesso 'comandata' come un burattino dalla malattia, o dovevo imparare a non nascondermi e a non curarmi del giudizio altrui o avrei dovuto vivere per sempre su un eremo. A volte c'ho anche pensato, ma voi cosa scegliereste?
"Gli idioti mostrano in volto e manifestano a parole ciò che hanno in cuore, mentre i saggi hanno due lingue [...] l'una usata per dire il vero, l'altra ciò che giudica opportuno secondo le circostanze"(36), e io sono sempre stata contenta del mio eccesso di idiozia.
Per quanto riguarda la cattiveria, non ho pazienza di ricercarne i dati statistici ma vi assicuro che la maggior parte dei crimini è commessa da non malati mentali e sottolineo che la violenza non è sintomo di quasi nessuna malattia mentale. Il mio compagno è mussulmano e un giorno mi raccontò che, secondo la sua religione, il 'matto' non può essere cattivo e un suo schiaffo equivale ad una punizione di Dio.
Così anche Erasmo sottolinea che "la follia è gradita ai celesti. Solo ad essa infatti è concesso il perdono per gli errori commessi, mentre non vi è perdono per il saggio"(37), citando Gesù stesso che disse: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno".
Personalmente ritengo che l'aspetto più bello di quella che molti chiamano 'follia' sia l'incredibile libertà che essa comporta. Avrò sofferto, questo non lo nego, ma quanto mi sono divertita a concedermi ogni libertà giocando sull'opinione comune e dicendo 'tanto sono matta, posso fare ciò che voglio'. Preciso che il mio divertimento non è stato nell'accezione di sfruttare il giudizio degli altri per andare contro ogni regola, né mi sono mai volontariamente nascosta dietro la malattia pur sapendo di poterlo fare, ma è stato nella bellezza della libertà di essere me stessa.
Ho sempre sostenuto (e continuo a farlo) che chiusi nel reparto psichiatrico si può essere molto più liberi di tanti non malati che soffrono ma soggiacciono ad ogni sorta di repressione del sé dal conformismo al trasformismo per compiacere gli altri, distinguersi da loro o semplicemente mascherare ciò che si è per paura, vergogna o altro.
"Il malato sa benissimo come viene percepito il suo stato dalle persone normali e, quando gli conviene, fa proprio il loro giudizio"(38), non ritengo che "proprio perché l'intero paese lo considera matto, ha la possibilità di dire quello che pensa e di fare ciò che vuole" perché il rispetto per gli altri è sempre d'obbligo ma "una volta che l'individuo è entrato in un manicomio si abitua alla libertà che esiste nel mondo della follia e finisce per esserne viziato [...] non deve più nascondere i propri sintomi [...] i matti non hanno alcun bisogno di essere coerenti, [...] qui tutti possono dire quello che pensano, fare ciò che desiderano, senza sentire critiche di nessun genere".(39) Anche il manuale di psichiatria clinica parla di vantaggi riferendosi alla "solidarietà delle persone affettivamente vicine, del contesto sociale e il diritto, socialmente condiviso, ad essere esonerati da alcuni compiti in caso di malattia e, a volte, questo può essere utilizzato da pazienti con particolari strutture di personalità per essere sollevati da compiti gravosi o mal accettati". Questo può essere vero ma, credo, che la maggior parte delle volte ci si nasconda dietro la malattia per paura che essa venga improvvisamente ad impedire l'efficiente realizzazione di certi risultati o per ironia e divertirsi un po', come faccio io quando a mamma ridendo dico: "non posso lavare i piatti, sono troppo malata".
Inoltre, seppur questi casi siano rari, si deve ammettere che l'espressione più alta dell'intelligenza umana, cioè il genio non è altro, spesso, che una grave forma di follia.
Se poi è vero che "quelli che Dio vuol distruggere, prima li fa impazzire"(40), è altrettanto vero che, al di là del frequente timore, la follia in sé non ha mai smesso di affascinare, tanto che molti 'normali', non sapendo di cosa parlano, si vantano di un'improbabile insanità mentale e spesso lo usano come un complimento. Sono assolutamente concorde col fatto che "i pazzi sono straordinari nei loro momenti di lucidità"(41), e che "nell'essere pazzi c'è un piacere che soltanto i pazzi conoscono"(42) ma, prima di dire se per questo vale la pena soffrire bisogna viverlo e sapere di cosa si sta parlando.
Un altro lato positivo è il fatto che i malati "vivono sovente una vita intensa, assoluta; la loro passione è estrema, si comportano in modo disinibito e più naturale, ma anche incomprensibile, demoniaco" . Concordo, la malattia mentale porta tantissime cose all'estremo e, si capisce anche dal comunissimo abuso di alcool e droghe, l'essere umano ama le emozioni intense ma, vi posso dire che dopo anni di giorni così, nel bene e nel male, l'estremo inizia a stancare. Prima lo amavo tantissimo anch'io, ma ora sono così da esso consumata che quasi sogno giornate il più 'banali' possibili senza troppo da non dimenticare.
Un altro aspetto non comune a tutte le malattie mentali ma molto affascinante sono le esperienze mistiche e trascendentali che, in alcuni casi portano addirittura ad un contatto, sentito come tale, diretto e privilegiato con Dio. Non è questa la sede per trattare un'esperienza così complessa, notate solo che "non si saprebbe acquisire la conoscenza intuitiva di un altro mondo senza sacrificare una parte della ragione che c'è necessaria a questo mondo".(43)
Ma il lato più positivo, sta paradossalmente nell'intensità di una sofferenza che rapisce tutta l'anima del malato sconvolgendo ogni sua funzione psichica e fisica. Mi spiego: una volta che la sofferenza sia superata, non credo ci sia niente che insegni di più o meglio e che contribuisca a fare delle piccole gioie della vita il vero paradiso terrestre.
"Ogni esperienza che non ti distrugge, ti rafforza" diceva Kirkegaard; "le malattie, specialmente le lunghe malattie, sono anni di apprendistato dell'arte della vita e della formazione dello spirito", sosteneva Novalis. Ma il più esplicativo su questo punto credo sia stato Zweig scrivendo "solo il malato conosce la felicità del risanamento, solo l'insonne la bellezza del sonno ritrovato".

Conclusione
Ho cercato di spiegare, nel modo più chiaro possibile, qualcosa di ciò che è il mio mondo facendo notare che la più grande follia è sforzarsi di essere uguali agli altri quando Dio ci ha creati unici e speciali proprio nelle nostre diversità.
Se arrivati alla fine di questo scritto state dicendo "però, per essere matta, quello che dice ha un certo senso", significa che avete capito poco e probabilmente è colpa mia che non mi sono spiegata tanto chiaramente quanto avrei voluto ma, chiedendovi di perdonarci reciprocamente per le nostre incomprensioni vi chiedo solo una cosa: qualunque cosa pensiate non dimenticate mai il detto di Terenzio, secondo cui "homo sum: umani nihil a me alienum puto" e cioè: sono un essere umano, nulla di ciò che è umano mi è estraneo.
Concludo con una frase della mia amata zia, che lotta da anni contro l'ingiusto male del figlio: "il vero handicap non è quello che si nota da fuori, ma sta nella mentalità della gente che proprio non vuole capire, giudica e rovina la vita di chi ha già parecchio contro cui lottare".

Un esempio concreto
Al di là dei concetti da me espressi teoricamente in questo scritto, propongo, a chi è riuscito ad arrivare a leggere fin qui, un esempio di vita quotidiana di un malato mentale.
Per questo ho scelto due tipiche giornate (fra loro diametralmente opposte) della mia vita da malata riportando integralmente due recenti pagine del mio diario.

Inizio febbraio 2008
Due fatti m'hanno portato a riprendere ciò che, ormai, riconosco come una passione e una manifestazione (o sintomo, che dir si voglia) della mia malattia, cioè la scrittura: il fatto che oggi ho pianto quasi ininterrottamente (anche al lavoro) dalle 8.00 a.m. alle 7.00 p.m. e, fatto molto più grave e preoccupante, l'aver sentito, più che visto, M. depresso.
Pensavo che ciò che avessi di bello (e lo penso ancora) fosse comunque merito (fra le sue tante colpe) della malattia come "la perla che nasce dalla malattia della conchiglia"...quello che è cambiato è che se prima ritenevo che, per il valore della perla, le sofferenze della malattia fossero un prezzo giusto e congruo da pagare, pur nella loro distruttiva violenza, ora forse credo che il valore della perla non sia più così elevato e meritevole.
I devastanti danni provocati dalla mia malattia non sono mai stati condizionati dalla mia volontà così come non lo sono stati i suoi ricchi doni e le qualità da essa procuratemi, diciamo, 'sopra la media', però ora c'è qualcosa che forse è colpa mia e sono io, non più lei, da biasimare.
Non mi sono mai mascherata (almeno mai volutamente) dietro la mia malattia né ho mai giustificato certe mie bassezze dando unicamente a lei la colpa, ma c'è una cosa che occorre precisare. Io sono inscindibile dalla mia malattia, io sono la mia malattia. Senza di essa io, come sono ora e da sempre stata e sarò in futuro, nemmeno esisterei. Immaginare me senza malattia sarebbe come inventare, di sana pianta, una nuova persona che scaturirebbe soltanto da una mera fantasia.
Per questo, pur maledicendola costantemente, non sono mai riuscita a smettere di provare per lei un amore vero e profondo (dalle prime righe del mio diario, quelle poche che dopo sei anni ho avuto il coraggio di rileggere, nel pieno della malattia già traspare un sentimento di attaccamento e amore nei sui confronti).
Ai 'normali' questo amore sembrerà paradossale o, se non altro, inspiegabile e ingiustificato. Come si può amare una malattia così terribile che, persino a me che la amo pur odiandola, fa dire le stesse parole che disse Van Gogh riconoscendo che tutti, prima o poi, hanno problemi di salute: "per conto mio non avrei scelto la follia se si fosse trattato di scegliere, ma quando si ha una faccenda del genere è una malattia come un'altra". Si, è una malattia fra le tante ma è particolare tanto che io l'ho addirittura ringraziata nella mia tesi di laurea con queste parole: "...nella sua paradisiaca infernale forza, ciò che ho di più bello, di più amato e maledetto e che, spero, non perderò per il resto della mia vita".
Davvero folle l'amarla, ancora più folle il ringraziarla e ancora di più lo sperare che rimanga con me per sempre, non è vero? Forse per molti sta qui la mia più vera follia, ma io la amo pur maledicendola nelle sue indicibili sofferenze, non tanto per i suoi intrinsechi lati positivi, ma perché non amare lei significherebbe non amare me. Amare se stessi non è tanto, o non è solo, l'idillio di cui parlava Wilde, ma è una questione di sopravvivenza. Per quanto ne so, checché dicano falsamente i modesti, solo un soggetto depresso non ama se stesso, per il resto è vitale, se non amare tutto di sé, quanto meno piacersi nel complesso, per ogni essere umano.
Come Van Gogh "durante le crisi mi sento vile per l'angoscia e la sofferenza...cerco di guarire...però non bisogna dimenticare che un vaso rotto rimane un vaso rotto".
Insomma, pur pregando da anni di avere, se proprio devo soffrire, qualsiasi altra malattia purché 'fisica', non riesco a smettere di amarla perché io sono perché lei è. Se lei sparisse (so che vi sembrerà assurdo), come così tante volte ho sperato, avrei paura di diventare una persona che, non esistendo ora, potrebbe essere di tutto e ciò, quanto meno, mi preoccuperebbe: almeno io, per quanto complicata, mi conosco, so a cosa vado incontro se così si può dire.
Purtroppo sono una persona malata e non un genio, o meglio, modestia a parte, potrei anche avere qualcosa di geniale ma non ho la forza di reggerlo e, comunque, non posso vivere senza medicine e, dato che anche il genio non è mio ma della malattia, è chiaro che non può esserci senza la mia totale distruzione.
Insomma, il genio non ha importanza ma, come Van Gogh, ho avuto le crisi, i deliri, i dolori, le sofferenze psichiche e fisiche, la consapevolezza della malattia e il senso critico. Come lui, ho contraddizioni esasperate fino all'insopportabile non solo nel carattere, nei pensieri, nelle azioni e nell'umore ma soprattutto nel modo di vedere la vita e nell'essere allo stesso tempo piena e priva di ogni speranza.
Passare dall'ottimismo esagerato e Amore infinito per tutto ciò che è Vita, al pessimismo più distruttivo e la disperazione più totale è, per me, questione di un giorno, un attimo...
"Amo ancora così tanto l'arte e la vita", scrisse Van Gogh prima di togliersi la vita.
Io non mi sono, ancora, tolta la vita ma per diversi anni è stato il mio pensiero più ricorrente e per il restante tempo il desiderio di morte non m'ha mai abbandonata tramutandosi, al massimo, in preghiera, benché mai tentato di tramutare in azione.
Ma non mi sono mai sentita in colpa né per questo né per tanti altri effetti della malattia (seppur i 'normali' non abbiano mai mancato di invocare la 'forza di volontà' come panacea di ogni male).
Ma oggi, per la prima volta, confesso una grave colpa, una mia colpa. Oggi sento veramente la paura non del "si muore pezzo per pezzo e l'occupazione preferita è il sonno" che, come Strindberg ho provato, combattuto e superato tante volte, ma che di me si possa dire, e a ragione, "morì a tot anni ma era già morta, la sua morte durò quarant'anni".
Ritorna la paura della morte da viva seppur in una forma diversa dalla già sperimentata catatonia. Mi sento come se stessi seduta aspettando la morte, facendo il possibile per passare il tempo più o meno bene, per ingannare l'attesa.
Ma no, non è questa la mia colpa, per un malato mentale veramente tale è normale perdere la speranza, è normale soccombere, di tanto in tanto, alla potenza travolgente di una malattia ingovernabile come è normale desiderare, più o meno spesso, la morte fisica.
La mia colpa è un'altra.
La malattia mentale, così come ogni malattia, è un nemico da combattere seppur, diversamente dalle altre malattie, direi forse anche quasi da stimare. Fra me e lei è una guerra che dura da quando sono nata e che ho saputo di dover combattere sette anni fa. Da allora ci sono state continue battaglie nelle quali a volte ho vinto io, a volte lei (o sarebbe più giusto dire: a volte di essa sono riuscita a vivere gli aspetti positivi altre solo quelli negativi?).
Ho lottato, nelle crisi, sia 'positive' che 'negative', ma comunque crisi, sempre fino in fondo e sempre fino allo stremo delle mie forze.
Mai è stata una questione di forza di volontà o, se proprio la dobbiamo chiamare in causa, direi di averne dimostrata in questi anni, ad occhi attenti, molta di più di tanti 'normali' o, meglio, non malati.
Ma stavolta, almeno per una volta, i 'normali' hanno ragione, stavolta pecco di mancanza di forza.
Mi sono arresa (forse è per questo che neanche le flebo fanno più il 'loro dovere'), ho ceduto ogni mio territorio e la malattia ha vinto la guerra.
Questa non è la "tranquillità dovuta all'abitudine e alla rassegnazione", ma semplicemente una grande sconfitta.
Ammetto la mia colpa, la mia grave mancanza di forza di volontà: sono stanca di combattere, sono stanca di lottare.
Ho amato la malattia e la vita ma ora mi sento così stanca, stanca di tutto, stanca della vita in sé, sono alla deriva e non ho più la forza di remare.
Vorrei che tutto ciò non fosse un fatto ma una visione negativa, ho ancora la speranza di rialzarmi e continuare (non quella di guarire) a lottare, a vivere il bello e il brutto della malattia, di me e della vita e questa speranza me la dà unicamente l'Amore di e per M.
Come Strindberg in "Arringa di un pazzo", sono ancora convinta che l'Amore sia "un sentimento che prevale su tutti gli altri, una forza naturale a cui nulla resiste, qualcosa come il tuono, la marea montante, una cascata, l'uragano", ma...ieri ho visto M. così triste che ho provato un dolore ancora più grande della mia malattia e mi è venuto in mente che non posso far altro, con la mia endemica e improvvisa, ricorrente tristezza, che rovinargli la vita. Dovrei lasciarlo per renderlo libero e più felice ma so che non ci riuscirò mai, significherebbe togliermi la vita. Si stancherà lui, mi lascerà e quel giorno forse il mio unico attaccamento alla vita tornerà ad essere costituito da queste stupide pagine...spero comunque di non arrivare mai al suicidio, soprattutto per amore della mia famiglia e per la fede in Dio.

Inizio marzo 2008
Dalla mia ultima pagina di diario non è difficile capire che sono da poco uscita dal reparto psichiatrico nel quale sono entrata con un tso perché deliravo talmente tanto da non rendermi neanche conto della sua inevitabile necessità.
Ma adesso sono così felice! La depressione devastante è finita e ho così tanto Amore dentro e intorno a me che sto vivendo un paradiso ancora più bello e intenso di tutte le illusioni di esso che la malattia m'ha dato in tutti questi anni.
Anche se dovrei sapere che questo non durerà, anche se troppe volte mi sono illusa di aver trovato 'la cura giusta per me' e i periodi infernali sono sempre tornati, ho ancora la speranza che prima o poi io riesca a 'stabilizzarmi' e cercare di vivere la vita senza gli eccessi, nel bene e nel male, che per troppi anni ho avuto.
Mi sono sentita dire spesso che non apprezzo la vita e le sue piccole grandi gioie ma con queste pagine vorrei dimostrare quanto in realtà io la ami nella sua semplicità e quanto sia colpa della temporanea (e spero sempre più rara) vittoria della malattia su di me, il fatto che così spesso io l'abbia odiata visceralmente fino ad arrivare a desiderare la morte.
Quando la malattia mi dà un po' di tregua, sono io la prima a dire quanto sono fortunata...soprattutto ora quando non potrei volere di più di ciò che ho. A parte il lavoro che, nonostante non mi piaccia, faccio volentieri per il bellissimo ambiente in cui si svolge, la cosa più bella è l'Amore della mia famiglia che troppo spesso ha sofferto per me ancora di più di quanto non abbia fatto io e l'Amore infinito di e per M. il cui pensiero di tornare a casa da lui mi fa affrontare con gioia la più pesante delle giornate.
Non faccio poi niente di particolarmente speciale, i soldi sono sempre pochi ma a me bastano un abbraccio e una passeggiata con chi amo per essere al top della felicità. Ringrazio Dio per tutto questo e spero tanto di non disprezzare più la vita anche se so che la malattia vincerà ancora molte battaglie. Ma sarà solo lei a farmi perdere il senno che mi permette di capire cosa sia e quanto sia bella ogni vita e appena riuscirò a farla indietreggiare un po' so che ritornerò abbastanza in me per capire che non posso far altro che ringraziare per tutto ciò che ho avuto, ho e avrò dalla mia inutile vita.
A proposito di Dio, mi viene in mente una preghiera che gli rivolsi anni fa e della quale non mi sono mai pentita neanche nel dolore delle fasi più acute della mia malattia: meglio una vita di paradisi e inferni piuttosto che di purgatori. Forse facendo mia la 'filosofia' di Guccini secondo cui "è meglio poi, un giorno solo da ricordare, che ricadere in una nuova realtà sempre identica"...ma c'è una cosa in questo (e me ne accorgo solo ora) di tanto sbagliato: io ho portato all'estremo ogni secondo e ogni sensazione della mia vita credendolo il solo modo di vivere veramente.
Mi spiego: voi non sapete quanto io, pur nelle sofferenze della malattia, abbia odiato la 'normalità' e il mondo dei cosiddetti 'normali' giustificando il mio odio con le più astruse dissertazioni filosofiche.
Forse era solo un modo per cercare di accettare la mia diversità, per cercare di amare una malattia che tanto ha condizionato (e spesso condannato) troppi aspetti di me e della mia vita.
Ora (e con piacevole sorpresa del mio simpatico psicologo che, dati gli effetti, propone un ricovero ogni tre mesi...e non sarebbe poi così sbagliato ma questa è un'altra storia) ho capito che la 'normalità' non è sinonimo di 'banalità' né di 'noia' e non c'è cosa (a parte non perdere l'Amore che ho) che io desideri di più se non quella di guarire e di diventare simile a voi, voi che troppo spesso ho odiato...non voi 'normali' ma voi 'non malati mentali', voi che non avete bisogno di vivere tutto all'estremo...l'estremo...! Credevo fosse il segreto della felicità quando invece non ha fatto altro che consumarmi sia fisicamente che mentalmente...certo non si può dire che io non abbia avuto una vita intensa, ma quanti 'intensi sbagli' tutto ciò ha portato!
Lo so meglio di voi che non potrò mai guarire ma il fatto sconvolgente che io lo voglia è già metà della cura e spero che l'altra metà la facciano i tanto odiati farmaci (che solo ora voglio prendere veramente e costantemente non solo perché il fisico lo richiede ma perché mi permettono di essere...chi ancora non so ma almeno, forse, sarò qualcuno) e le persone che amo (compresi gli infermieri del csm, il mio psicologo e, soprattutto, la mia psichiatra).
So di avere tanto bisogno di aiuto e per la prima volta sogno di passare sempre più giorni di 'equilibrio'...quei giorni che così raramente ho avuto, cosi spesso ho detestato ma che così tanto desidero ora.
Sono felice di una 'sana' felicità e non dell'euforia schizzata e incontenibile della mai malattia...non sarà così ogni giorno ma io continuo a sperare...continuo a lottare...


BIBLIOGRAFIA
1 Karl Jaspers, "Genio e follia", Raffaello Cortina Editore, 2001
2 G. Devoto, G.C. Oli, "Dizionario della lingua italiana", Le Monier, 2005
3 E. Pascal, "Pensieri", Mondadori, 2001
4 W. Shakespeare, "La dodicesima notte", Atto III, Scena II
5 Erasmo da Rotterdam, "Elogio della follia", G.Einaudi Editore, 2002
6 Pascal, Op. Cit
7 Erasmo da Rotterdam, Op. Cit.
8 Ibidem
9 U. Nicola, "Atlante illustrato di filosofia", Demetra srl, 1999
10 P. Cohelo, "Veronica decide di morire", Bompiani, 1999
11 R. Gervaso, "Aforismi", Newton, 1994
12 Maurice Blanchot, in Jaspers, Op. Cit.
13 Umberto Galimberti, in prefazione a Jaspers, Op. Cit.
14 G.Invernizzi, " Manuale di psichiatria e psicologia clinica", McGraw-Hill Libri Italia, 2000
15 K. Jaspers, Op. Cit.
16 ibidem
17 G. Gargione, "I disturbi mentali", Mondolibri, 2002
18 F. De André, "Bocca di rosa"
19 Erasmo da Rotterdam, Op. Cit.
20 Nora Ephron, "Bruciacuore", Feltrinelli, 2000
21 W. Shakespeare, "Amleto", Atto II, sScena II
22 Maurice Blanchot, " follia per eccellenza", Parigi, 1953)
23 U. Nicola, Op. Cit.
24 Prosper Mérimée, "lettera a una sconosciuta", Einaudi, 1999
25 O. Fallaci, "Orgoglio e pregiudizio", Bur 2004
26 G. Gargione, Op. Cit.
27 Erasmo da Rotterdam, Op. Cit.
28 G. Invernizzi, Op. Cit.
29 Jaspers, Op. Cit.
30 Ibidem
31 Ibidem
32 Ibidem
33 N. Abbagnano, "Dizionario di filosofia", Utet spa, 2006
34 Erasmo da Rotterdam, Op. Cit.
35 Ibidem
36 Ibidem
37 Ibidem
38 K. Jaspers, Op. Cit.
39 P. Cohelo, Op. Cit
40 Euripide
41 Casimir Delavigne, i figli di Edoardo
42 John Dryden, Il frate spagnolo
43 K. Jaspers, Op Cit.