Una gabbia affettiva PDF Stampa E-mail
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  Ci vuole una gabbia affettiva, che sia come una rete con la quale ripescare la personalità dal torbido della confusione nella quale è caduta. Questa rete virtuale è costituita da appuntamenti entro i quali bisogna creare la condizione affettiva adatta affinché la dinamica del disturbo psichico o psicologico sia imprigionata dentro una gabbia. Questo è ciò che chiamiamo gabbia affettiva, ed è una cosa che nasce sia dalla bravura dell'operatore, sia dalla disponibilità del paziente a raccogliere i consigli. Ogni tanto si tratta di mettersi in gioco e provare, e farlo anche se non c'è la fiducia in se stessi o anche solo per realizzare degli obbiettivi minimi. Il tempo è una condizione negativa nei casi in cui si rimanga passivi ad aspettare una risposta dalla sola medicina, mentre se si accetta di dover faticare per un tempo lungo,

di essere sottomisura rispetto a se stessi, di affrontare in prima persona il pregiudizio degli altri ed anche la propria autocritica, in presenza di una gabbia affettiva, il tempo comincia a produrre dei risultati positivi. Una volta che ci si è messi in gioco le cose ci possono apparire drammatiche o no, ci può piacere o meno la vita che siamo costretti a vivere, ma lo spirito è di avventura perché si percorrono strade sconosciute alla nostra esperienza, strade di afflizione, strade di emarginazione, di esclusione e strade di dolore dalle quali c'è un'uscita. Mettere in gioco se stessi non vuol dire provare tanto per provare, ma è, però, un tentare che non nuoce. Rimettere in gioco lo spirito della propria esistenza significa percorrere queste strade abbiette dove chi ti può aiutare non ti aiuta in cambio di niente, e quello che gli puoi dare tu ha un valore immenso: è la tua disponibilità, la tua voglia di ascoltare, di metterti in dubbio per vedere se puoi essere aiutato. Ci sono strade sinistre di afflizione che possono essere un inferno privato o essere delle cose condivise secondo il senso del proverbio "mal comune mezzo gaudio". Ad ogni modo si deve tutelare la libertà di ogni paziente di scegliere da chi vuole essere aiutato cercando comunque di sdrammatizzare questa "paura della pazzia" che esiste nella società. Lo stato non dispone di risorse infinite, ma è fatto da tutti: chiunque esista in vita deve essere considerato. Forse è così solo sulla carta, di fatto chi sta bene di salute non ha voglia di occuparsi che del proprio interesse. Questo è vero ma non è neanche una regola aurea, il vero successo è nella coerenza, nel darsi degli obbiettivi anche umili e di lavorarci per il bene proprio e degli altri. Questo è così per le persone che si realizzano nel senso più profondo. È il senso più profondo, autentico e reale dell'essere vivi. Chi è fermo all'interno di una di queste strade di afflizione e non si muove né in avanti né indietro ben interpreta il significato di queste parole. Ora, se questi concetti sono ben accolti, inizia il primo passo verso il reagire al "male". Noi proponiamo di creare un Centro di conoscenza dei problemi connessi alle malattie psichiatriche, che sia la parte positiva della risposta che lo stato dà ai pazienti. Alcuni di voi conoscono la parte "punitiva" delle istituzioni sociali, quella che tutela l'interesse della collettività quando un individuo non risponde più alla regola del convivere. Per tanti anni è mancata una risposta di altro carattere: arrestare il degenerarsi della personalità e riportare la persona nel seno di una società accogliente. Tutelare realisticamente una persona che momentaneamente o nel tempo non è più in grado di badare a se stessa. È difficile rendere con le parole la grande varietà della casistica della psichiatria. Per le persone che non conoscono l'interno dei problemi, che sia una piccola depressione o una malattia invalidante, esiste la paura e basta, ed essendo la paura una cosa sgradevole, si capisce come ogni individuo che sia una caso psichiatrico sia circondato da un alone di mistero ed emarginazione.Ultimamente c'è stato un fenomeno che si è variamente sviluppato, che ha creato l'interesse per le malattie nervose e psichiatriche. Esse non sono più emarginate all'ultimo livello della vita civile, forse la società matura e progredisce e una volta che sono risolte le malattie mortali più gravi ci si occupa anche del resto. Attualmente notiamo una curiosità autentica che produce attenzione attorno alle condizioni di vita di chi "si cura", diciamo così. Affinché questa "curiosità" diventi un interesse maturo, responsabile e consapevole è necessario che sia chi "si cura", che chi cura, faccia la propria parte. Si dovrebbe perciò creare una struttura di informazione sulle malattie psichiatriche che funga da anello di collegamento fra i pazienti dimessi dall'ospedale e le strutture di aiuto e di sostegno che già esistono. Poi, se c'è disponibilità, si può partecipare inviando i propri consigli e le proprie idee alle istituzioni. È una forma di partecipazione concreta, che è necessaria perché i casi di cui avere cura sono i più vari e bisogna creare la forma di organizzazione più adatta per tenere conto di tutti.