Il lavoro precario PDF Stampa E-mail
 Anonimo

 

lav_precario_wLo stress di questo tipo di lavoro è associato con un rischio di insorgenze di patologie coronariche maggiore del 50%, ed è fattore di rischio per depressione, disturbi d'ansia e abuso di sostanze. Secondo i dati raccolti i lavoratori sottoposti a forti richieste sono a rischio di depressione, disturbi d'ansia e abuso di sostanze. "Non solo il Canada, ma anche gli Stati Uniti, l'Australia e la Nuova Zelanda si trovano adaffrontare problemi simili, poiché in questi paesi vi è una maggiore tolleranza delle disuguaglianze rispetto ad altri Paesi. condizioni di lavoro, da ottenere con politiche globali, nazionali e locali. nelle "intenzioni" realizzare un sistema efficace e coerente di strumenti tesi a garantire trasparenza ed efficienza nel mercato del lavoro e a migliorare le capacità di inserimento professionale dei disoccupati e di quanti sono in cerca di una prima occupazione, con particolare riguardo alle donne e ai giovani". I risultati della legge sono stati ben altri: mai come in questi anni si è acuito il numero di lavoratori precari. Il caso Atesia: la cartina di tornasole del variegato e poco limpido mercato del lavoro nostrano, è di sicuro il caso della società Atesia, il call center della telefonata ricevuta o fatta (la tipologia di lavoro a "cottimo", veniva utilizzata nelle fabbriche di fine '800). Gli oltre 4000 lavoratori atipici dell'azienda, (molti di questi giovani e laureati) non hanno mai avuto diritto a malattie, maternità, ferie pagate e liquidazioni, vivendo solo di ciò che fatturano e sempre con contratti e rinnovi di pochi mesi. Dopo le denunce fatte più di un anno fa da un collettivo autorganizzato di operatori, l'ispettorato ha condotto un'indagine.L'azienda Atesia minaccia di chiudere piuttosto che assumere. Il "lavoro sicuro" è ormai un racconto dei nostri genitori. Con il contratto d'inserimento è possibile risparmiare sui livelli di retribuzione da attribuire al lavoratore neoassunto; infatti, con tale contratto, l'azienda può assumere il lavoratore a 2 livelli retributivi più bassi rispetto a quello che spetterebbe per e mansioni assegnate. Si può stipulare con soggetti di età compresa tra i 18 e i 29 anni e la durata può raggiungere il massimo di 18 mesi, dopo i quali non c'è nessun obbligo per l'azienda di assumere a tempo indeterminato il lavoratore. Sono previste tre tipologie di contratti: contratto di apprendistato diretto al compimento del diritto- dovere di istruzione e formazione; contratto di apprendistato professionalizzante per il conseguimento di una qualificazione attraverso una formazione sul lavoro ed un approfondimento tecnico- professionale; contatto di apprendistato per l'acquisizione di un diploma e per prcorsi di alta formazione. Per tutti e tre la durata minima è di due anni e massima di sei. Il compenso può essere di 2 livelli inferi ri rispetto a quello previsto dal contratto aziendale per i lavoratori che svolgono la stessa mansione e il datore di lavoro può chiudere il rapporto di lavoro e non assumere al termine del periodo di apprendistato. Proprio ai ragazzi e alle ragazze succede di cadere più spesso nelle trappole nascoste nei luoghi del lavoro. Si, perché sono i giovani quelli che si infortunano di più mentre lavorano. Più di quanto non accada ai loro colleghi adulti. Il 73% degli interinali, secondo un'indagine realizzata da Ispesl e Cgil, dice di non essere mai stato informato sui rischi presenti sull'attuale posto di lavoro e quasi sei su dieci non sanno neppure se nell'azienda esista o meno il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Sono tante le cause di quello che accade ogni giorno nelle fabbriche e negli uffici delle città italiane. Anche se in proporzione minore di quanto avveniva nel 2000, gli infortuni per lo più avvengono ancora nell'industria (metalli e meccanica), e nelle costruzioni ma anche nel commercio e nei trasporti ci sono numeri preoccupanti. Per la ricerca dell'European Survey on Working Conditions i lavoratori sotto i 24 anni sono quelli più esposti ai rumori, alle vibrazioni e al calore. Quasi uno su cinque di loro lavora tenendo una postura dannosa, il 12,5% è chiamato a sopportare sforzi fisici gravosi e molti di loro effettuano movimenti ripetitivi (capita al 35,8% dei giovani contro il 30% del resto della forza lavoro). I giovani sono maggiormente esposti ai rischi lavorativi per il loro minore grado di conoscenza e per la minore esperienza lavorativa. Se ci poniamo di fronte alle nuove emergenze, ai lavoratori atipici e agli extracomunitari, ci accorgiamo che questi sono lavoratori che hanno una scarsissima informazione e vengono messi a fare lavori che non hanno mai fatto. In Italia la cultura della sicurezza è davvero bassa. La mancanza di attività fisica è il principale rischio emergente. Chi lavora in un call center, dicono gli esperti dell'Agenzia, è esposto a rischi multipli e interagenti: troppo tempo seduti, scrivanie e sedie poco ergonomiche, rumore di sottofondo, cuffie inadeguate, pressione elevata sui tempi di lavoro con conseguente stress mentale ed emotivo. Ma cosa si può fare per assicurare ai giovani una maggiore "protezione"?Questa si ottiene essenzialmente con la formazione e l'informazione e sui rischi e le politiche di tutela. Si tratta di favorire, tra le imprese, una cultura della sicurezza che sia considerata come un vantaggio competitivo, in terminidi qualità del lavoro e, quindi, di qualità dei processi e prodotti e non come vincolo alla libertà dell'imprenditore. Cultura cheporterebbe inoltre a stipulare dei contratti, anche a progetto o interinali, che tutelino i lavoratori, anche in termini formativi,dai rischi connessi con i processi di lavoro.Alla vita adulta ci si arriva soprattutto grazie al lavoro. Il lavoro si è fatto sempre più instabile, incerto e insicuro.Cresce così tra le nuove generazioni la paura di trovarsi costretti a restare in una specie di limbo che non ha più nulladell'adolescenza e ha ancora troppo poco della vita adulta. Con il rischio che anche il sistema Italia rischia di nonriuscire più a recuperare dinamismo e sviluppo. Quando ai giovani si chiede qual è il rischio che ritengono chesaranno costretti a dovere affrontare in futuro, parlano sempre di lavoro. Altrettanto sentito il timore di rimaneredisoccupati, di non avere il necessario per vivere e di non riuscire a fare un lavoro adeguato al titolo di studio. Di frontea questa situazione alcuni non si arrendono e reagiscono, molti però da soli non riescono a reagire, molti si trovanoa dovere affrontare in solitudine le transizioni dalla scuola al lavoro e dal lavoro al lavoro. Sono i laureati e i liceali i più coinvoltidal fenomeno dei contratti a termine occasionali o interinali. A pagare sono soprattutto i giovani. Sono le politiche sociali chedovrebbero aiutare i giovani a transitare da una condizione all'altra. Secondo Alessandro Rosina l'Italia deve trovaresubito una risposta al fenomeno se non vogliamo dire addio ai sogni di sviluppo e dinamismo economico. I giovaniventi- trentenni sanno di dipendere fortemente dai genitori. Grazie a loro trovano lavoro, grazie a loro si laureano ecomperano casa. Senza contare che molti di fronte alle difficoltà rientrano nella famiglia di origine. Negli altri paesi europei iragazzi e le ragazze riescono a farcela da soli. Da noi non è così. Anche nelle potenze economiche centrali la disoccupazione è ormai ben consolidata. Mentre la disoccupazione è unproblema di primaria importanza nei paesi dell'Europa occidentale, gli USA, conoscono un tasso di disoccupazione dell'8%della popolazione attiva, in Giappone il numero dei disoccupati è in crescita, nella misura in cui le imprese spostano le loro attività verso i nuovi paesi industriali del Sud- Est asiatico. I neoliberisti possono offrire solo una sicurezza minima, giustoper evitare l'attacco dei disoccupati. Il cambiamento consiste nel passare dal ruolo di reticenti pagatori dei diritti storicidei lavoratori a quello di garanti della carità sociale. Essere disoccupato non vuol dire necessariamente che non si lavora.Anche i disoccupati di lunga durata mantengono una di queste caratteristiche che vanno dallo sbrigare le faccendefamiliari fino a lavorare a tempo pieno in nero. Una differenza tuttavia esiste: si può uscire dalla disoccupazione,ma non dalla precarietà. Il lavoratore precario è sottomesso ad un'incertezza costante e non può arrivare ad una sicurezzanell'acquisizione dei beni individuali strategici come l'abitazione o nella pianificazione familiare. L'ideale sarebbe creare delle organizzazioni di lotta proprie di questi lavoratori. All'incertezza dei precari il neoliberismoduro oppone l'equazione "Competitività = Successo = Fortuna", con la volontà di nascondere la componente"Sfruttamento" che esiste all'interno stesso del concetto di competitività. Il risultato è che i precarizzati identificanol'origine della loro situazione nelle attuali strutture neoliberiste ma non credono più possibile il cambiamento disistema economico. " Non c'è soluzione individuale alla precarietà", "Il lavoro si crea lottando". L'ambiente in cui si collocail movimento operaio è cambiato ma le sue strutture organizzative non sono adeguate a tale cambiamento e nonsi progettano nuove forme di lotta operaia. Il potere accumulato dai "padroni" consente loro di lasciare senza lavorouna voluta area di precari, nel momento e sotto la forma desiderata. Esiste tuttavia un mezzo per lottare contro questopotere sostenuta dagli stessi sindacati. Conviene dunque vedere da un altro aspetto la condizione del disoccupato, la ricercadel lavoro, il tipo di relazione con l'ambiente sociale, gli aiuti dell'amministrazione, qualche messaggio ideologico dei media eil problema della salute nella disoccupazione. Il sindacato ELA calcola che 7 disoccupati su 10 non percepiscono un centesimodall'amministrazione, mentre solo il 10% riceve delle prestazioni. Il disoccupato diventa ogni giorno una minaccia generaleed anche i capi della destra hanno la tendenza ad addolcire le forme delle loro misure restrittive. I disoccupati sono, insiemeai pensionati, quelli che dispongono di più tempo libero nella nostra società. Ben inteso, questo tempo deve essere consideratocome un tempo d'ozio naturale e gratuito: si può guardare la televisione, leggere i giornali, fare dello sport, bere qualche bicchieree passeggiare. E' tempo ora di parlare di ciò che è un obbligo per tutti i disoccupati: la ricerca del lavoro. "Il lavoro si creacon la lotta". Ciò che crea il lavoro è la ricerca del lavoro. Perché allora i trasporti pubblici non sono gratuiti per i disoccupati,affinché questi possano ottemperare quest'obbligo nei confronti della società? Oggi, per esempio, le agenzied'assunzione private sono legalizzate (negli USA sono "le imprese della più grande manodopera impiegata"). Indirizzanoi lavoratori sul miglior modo di adattarsi al peggio delle esigenze padronali. E' inaccettabile. Il problema è che queste impreseorganizzano delle banche d'informazione con menù di profili operai in cui i "padroni" possono studiare quelli che sono dascartare a priori e senza dubbio, quelli che hanno capacità sindacali. Si tratta di un terreno fondamentale per il sindacalismooperaio: come i cancelli dell'impresa siano aperti per alcuni e chiusi per altri. E' dunque necessario controllare democraticamentei cancelli d'ingresso delle fabbriche. Altrimenti queste parcelle di potere rinforzeranno ancora il padronato, la sottomissionee la precarietà delle condizioni di lavoro. "Sono i padroni che creano i posti di lavoro". Il lavoro non è creato dai capi di impresema piuttosto dalla forza della domanda: laddove c'è domanda di beni e servizi da parte della popolazione, il lavoro viene. Ma ilcapo d'impresa non è l'equivalente dell'imprenditore (questi ultimi sono poco e nascostamente aiutati), ma è piuttostogestore del prodotto, della domanda e del servizio che auspica l'inerzia sociale. Ciò è tanto più vero oggi che l'obbiettivoprimordiale del capo d'impresa è giustamente quello di distruggere i posti di lavoro, di stimolare il subappalto, di frenare i salari,ossia di rompere l'inerzia sociale della domanda. C'è anche un aspetto importante della vita del disoccupato da prendere inconsiderazione: le ripercussioni della precarietà sulla salute. Il rischio di morte prematura è quattro volte superiore tra i senza-lavoro;i senza-lavoro hanno un tasso più alto di malattie mentali. Quelli che sono in questa situazione saranno particolarmente espostialla depressione. La medicina non è in grado di risolvere questi mali ma il sindacalismo, al contrario, può essere la migliore medicina.Il nostro paese ha 240.000 disoccupati, il tasso di disoccupazione più elevato dello Stato spagnolo dopo le Isole Canarie.La disoccupazione, come forma di repressione economica, è una realtà del nostro paese. La disoccupazione fa ancora piùdanni tra i giovani, le donne e quegli adulti rifiutati dall'industria in declino. Occorre dare un'alternativa di lotta ai lavoratoriper combattere la precarietà, il non lavoro e l'immigrazione. L'idea della formazione di una "retroguardia operaia" riposa sulfatto che i lavoratori non si sentono sostenuti da un sindacalismo che lavora all'interno delle fabbriche, né da potentiservizi giuridici, né da una dinamica rivendicativa strutturale. Quelli che sono fuori dalla portata delle grinfie padronali, sonogli stessi che devono condurre queste azioni: seguire la quota delle ore extra, creare una nuova cultura operaia edorganizzare nello stesso tempo il proprio lavoro.